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LA NOTTE DEL PRATELLO

"Quello che è successo è che un giorno io e Leo siamo diventati amici e da allora abbiamo passato insieme anni che non dimenticherò mai, anni in cui non avevamo niente se non l'energia per trovare fantastico ogni cosa che accadeva"

, LA NOTTE DEL PRATELLO.    

Narrativa > Nella poetica di Clementi ci sono suggestioni, indizi, segnali di vita e di amore, ma solo segnali appunto, suggestioni. Da una parte sta la materia (gli infiniti oggetti delle infinite vite concluse e destinate alla dimenticanza che pesano, sporcano, spezzano la schiena...) e dall’altra l’ideale dell’Io che condanna i personaggi alla stranezza, all’incomprensione, all’emarginazione, alla solitudine. Nel mezzo, un vuoto: l’amore, l’incapacità dei personaggi di Clementi di amare, di dimenticarsi. Tutti, tranne Mimì. Chiuso il libro sappiamo che Mimì si innamorerà. La prosa di Clementi è controllata, lucida, senza sbavature. E’ un contemporaneo ma non un postmoderno. Alcuni periodi entusiasmano per lo stile potente e pulito. Alcuni passi quasi diaristici ricordano per sintesi l’Ottiero Ottieri de "La linea gotica". Nei capitoli 20 (l’Imperatore del Pratello. Verso la festa), 21 (La vigilia della festa) e 22 (La festa) Clementi ricorda il Vian de "Le formiche" o addirittura (per il misterioso scempio alla testa di manzo) Jarry (Ubu Roi). I dialoghi sono aperti e veloci, lo slang bolognese credibile. Le pagine volano.
Eppure al termine della lettura si rimpiange l’intensa suggestione che suscitano i testi letti dalla sua viva voce. Come se l’arte di Clementi stesse nella capacità di evocare un formidabile amore per il mondo attraverso uno stile letterario potente e di rendersi credibile grazie all’intensa umanità della sua voce. Qualcosa che ha a che fare con le alchimie dell’alcol e con l’educazione spartana (disciplina e ferocia), alla maniera di Leo (e di Rimbaud). Clementi ha fatto stare Mimì dietro le quinte, a narrare. E Jean Genet chiederebbe: "Dove sei fratello?".


di: MASSIMO C.

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