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UN AMORE DELL'ALTRO MONDO

A mulatto, an albino, a mosquito

, UN AMORE DELL'ALTRO MONDO.    

Narrativa > Un amore dell'altro mondo è uno di quei libri che ti chiama a sè , che ti pretende senza distrazioni. Quando l'ho addocchiato per la prima volta sullo scaffale sono stato attirato dalla piccola fotografia in copertina: un bambino dal caschetto biondo dal sorriso vagamente inquietante. Rivoltando il libro ho poi scopert o che il bambino ritratto era un giovanissimo Kurt Cobain e che questo romanzo era il "grande romanzo autobiografico di una generazione". "Cazzo!" mi sono detto, "allora lo hanno scritto". E questo perchè arriva sempre il momento in cui un "romanzo generazionale" od un "film generazionale" fa la sua comparsa. Si tratta di solito di opere firmate da trentenni che parlano di come sono arrivati ad essere trentenni, ma che si sentono ancora ventenni e comunque "la musica come quella che si ascoltava ai miei tem pi non ce n'è più ". Detesto questo tipo di lavori, detesto l'idea che sia un passaggio culturale obbligato di questo tipo, detesto il concetto stesso di generazione e quei servizi televisivi che esplorano le nuove generazioni. Solo che IO ho trentanni adesso. Per questo ho amato i Nirvana, ho amato Kurt Cobain che a 22 anni è venuto al Bloom di Mezzago e ha vomitato l'anima nel lavandino del camerino. Mentre io ero indeciso persino su quale fosse la destra e quale la sinistra e non sto parlando di politica.
Tutto questo cappello solo per dire che ho acquistato il libro pensando: "Vediamo cosa ha da dire questo tizio sulla MIA musica", considerando quasi un sacrilegio che qualcuno potesse mettere per iscritto le MIE emozioni.
Ebbene, Tommaso Pincio ha vinto la sfida con la mia nostalgia e devo ammetterlo il suo libro mi ha bastardamente sprofondato nel sofà, in uno stato d'animo che da allora non si era più fatto vedere, ma di cui conservo il ricordo ben vivo. Proiettato nella mia fabbrica dei sogni da ventenne : Seattle, la musica come sopravvivenza, il sistema, la disperazione e la droga. E sullo sfondo sempre la fine di qualcosa, del millennio, della musica indipendente, delle illusioni, di ogni scrittore decente, dell'idea di generazione, in una parola: gli anni Novanta, il germe malato del mondo del Terzo Millennio.
"Cazzo!", mi sono ripetuto "questo libro parla della MIA musica", ma questa volta non si trattava di una sfida, bensì di una indefinita sensazione agrodolce di intimità.
Consiglio perciò vivament e questo libro a quelli che come me potrebbero rimanerne coinvolti "emotivamente" dall'ambientazione del romanzo, ma invito chiunque in questo mondo si senta un mulatto, un albino, una zanzara o semplicemente un rifiuto a immergersi nelle pagine di un libro rischioso.


di: DHARMABOY

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