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LA GANG DEL PENSIERO

"Avere in mano una pistola è come essere dalla parte giusta in un dialogo socratico"

, LA GANG DEL PENSIERO.    

Narrativa > Eddie Coffin è un filosofo sgangherato, paffutello, beone e semi calvo con un posto molto precario come ricercatore all’università di Cambridge. Per cause più o meno nobili si ritrova a dover fuggi re dalla boriosa nicchia universitaria ed abbandonare il paese in direzione Francia. Giungendo a Montpellier senza un quattrino, reduce dalle morbose voglie di un camionista segaiolo, incontra Hubert, personaggio insolito e schizzato, fornito per gran par te del corpo di protesi che cercano di lenire trent’anni di sfiga e d’incidenti, fresco di un lungo soggiorno in carcere con gli ergastolani. I due decidono di unire le forze per uscire dal pantano della povertà incominciando a rapinare banche sotto il nome di “Gang del Pensiero”. Il loro stile criminale è assolutamente particolare: oltre che usare tecniche di rapina alquanto bizzarre, i loro punti di riferimento sono i filosofi antichi, le saggezze di Platone e Diogene Laerzio, le massime di Talete e di gran parte degli esponenti della scuola ionica.
Mentre Eddie istruisce Hube a forza d’indagini zetetiche e filosofia in pillole delle quali l’uomo-protesi si sente sorprendentemente goloso, quest’ultimo inizia il cicciotello umanista alla vita criminale, immi schiandolo in casini e risse dalle quali Eddie sembra in ogni caso uscire sempre con una certa dignità, complice il sarcasmo e l’apatica indifferenza nei confronti dei rocamboleschi eventi della vita.
Viaggiando da Montpellier a Marsiglia, da Arles a Tolon e, lo stile sardonico di Tibor Fischer struttura un romanzo che incastra gli avvenimenti del presente narrativo con riflessioni e ricordi estrapolati dalla mente del povero Eddie Coffin, aneddoti di vita mischiati il più delle volte con alcool e situazioni estreme, il tutto con un taglio tragicomico che ben si sposa al sarcastico humour inglese dello scrittore. Il costante piglio canzonatorio è comunque troppo ostentato e verso la fine del romanzo comincia a stancare: sembra eccessivo il numero delle pagine per un libro che poteva benissimo averne un centinaio di meno, con un finale annacquato da ulteriori divagazioni che risultano eccessivamente utilizzate e dalle quali traspare il meccanismo ironico di Fischer che invece , per ben funzionare, avrebbe dovuto essere più mascherato nella narrazione.
Per questo verso la fine il racconto si sfilaccia, perde enfasi e smorza in questo modo lo spirito beffardo dell’autore


di: MORVA

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