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IO NON HO PAURA

"Papà era l'uomo nero. Di giorno era buono, ma di notte era cattivo"

Ammaniti Niccolò, IO NON HO PAURA. Einaudi 2001    

Narrativa > Molte, moltissime le tematiche che questo romanzo di Ammaniti mette sul piatto.
La storia è nota a tutti, grazie al film che ne ha realizzato Gabriele Salvatores: nell'estate del 1978 Michele, nove anni, che vive in un minuscolo paese del Sud, scopre un buco nel terreno. In quel buco c'è un bambino della sua stessa età, Filippo, nudo, sporco e denutrito. Poco alla volta, Michele capisce che è stato il suo papà, assieme ai papà dei suoi amichetti, a rinchiudere Filippo nel buco. Non si spiegherà mai il perché, forse neanche se lo chiederà.

La rievocazione che Ammaniti fa degli anni '70, della vita rurale del Sud, di come, in quel tempo e in quel posto, fosse concepita ed impostata la vita familiare, è portentosa. Credibili i bambini, coerenti con se stessi, veri. A tutto tondo anche gli adulti, resi sempre e comunque attraverso l'occhio di Michele, che non è un bimbo smaliziato, ma che è però intelligente ed osservatore. Di alcuni, Michele ha un'immagine fortemente idealizzata in positivo (soprattutto, ovviamente, della Mamma), o in negativo (di Felice Natale, fratello del Teschio), di altri ridicolizzata, ma, in ogni caso, molto ben delineata. I personaggi si fanno conoscere attraverso i loro gesti più che per ciò che dicono, o per ciò che Michele può dire di loro.
Favoloso, poi, il mondo interiore di Michele, con i suoi capricci, le paure, i giochi, gli amichetti, le abitudini, l'amore per i genitori, le leggende. Un vero e proprio microcosmo infantile, in cui, bene o male, possiamo rispecchiarci tutti noi, soprattutto se figli degli anni '70, della TV in bianco e nero, dei giri in bicicletta sotto il solleone, di un mondo in cui le cose si imparavano a poco a poco, passando attraverso l'esperienza diretta o la leggenda raccontata dall'amico.
E poi ci sono gli adulti.
Una visione diversa - per nulla stigmatizzante - dei sequestratori. Lo ricordiamo tutti, negli anni '70, quanti bambini erano costantemente rapiti (chi mai potrà dimenticare Cesare Casella?). Il sequestratore era un babau, un orco, e l'idea di venir presi, portati via, incatenati, privati magari di un orecchio, chiusi in un buco per mesi e mesi era un incubo per noi bambini degli Anni di Piombo.
E lo era certo per il piccolo Filippo, che forse nulla sapeva sui sequestri prima dell'estate del '78, che, forse, chiuso nel buco sulla Collinetta neanche aveva capito di essere stato sequestrato.
Ma i rapitori sono padri, madri!
Pino e Teresa, i genitori di Michele, chiudono Filippo nel buco, non tentennano alla prospettiva di tagliargli un lobo, o, anche, di ucciderlo quando la trattativa non va a buon fine.
Ciò che conta - evidentemente, anche se, sapientemente, Ammaniti ci cela il loro pensiero - sono i loro figli, Michele e Maria; è per loro che Filippo viene rapito, per dar loro un futuro migliore, una bicicletta, una Barbie, una casa al Nord. Ma i bambini vanno oltre queste cose, e Michele scopre Filippo, e, paradossalmente, i due piccoli diventano amici, si legano in un modo tanto più profondo quanto più è delicata la situazione che li fa unire. E allora Michele dovrà decidere se suo padre è l'orco o una brava persona, e da che parte vuole stare.
Sorprendente, poi, il fatto che tutto il paese (composto in realtà da cinque famiglie: i Natale, gli Scardaccione, i Mura, gli Amitrano e i Marzano) sia complice nel rapimento, tanto da ritrovarsi a urlare e discutere a casa dell'uno o dell'altro combinando pasticci (si tratta di sequestratori un po' improvvisati): persino l'avvocato è con combutta con il gruppo.
Stephen King, Italo Calvino, Mark Twain, Clive Barker sono stati paragonati a questo testo. In realtà, l'infanzia è sempre la stessa: buffa, tenera, innocente. E' ovvio che, nel parlarne, nel parlarne in modo convincente, si rischi di essere "bollato" come "simile a.."


di: KIBIUSA

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