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ATTESA SUL MARE

In mare ci si interroga, ma si tace

Biamonti Francesco, ATTESA SUL MARE. Einaudi 1994    

Narrativa > Anni Novanta.
Una regione brucia di fuoco e voglia di riposare e a malincuore cerca di accettare quello che qualcuno forse ha già deciso. Tutt’intorno una pioggia di luce si infrange sui tetti d’ardesia, su declivi come schiene di roccia e, in fondo, laggiù, sulle onde, e ancora viene assorbita da cortecce di ulivi che danzano nell’aria che sale, da ombre di balaustre con gerani, da campanacci ormai vuoti e infine assorbita dagli occhi.
Edoardo da Pietrabruna, ciglio da cui si vede il mare, comandante di nave. Clara, donna orgogliosa e fedele. Un amore vissuto nella lontananza, tra un ciao e un arrivederci, che molto consuma ma poco viene consumato e che bruciava di una passione quasi violenta, come può essere violenta e sofferta la distanza, e che ora, per crescere, ha bisogno di trasformarsi in amore qualunque, anche se unico, e quotidiano.
Un progetto. Un ultimo lavoro su cui un rischio incombe, ma che sa di sogno e finalmente, poi, di casa.
L’opera di Biamonti vive e cresce di questi elementi, avvicinati e resi veri dalla fine arte del racconto e dall’invidiabile capacità dell’autore di narrare con frasi spezzate o mai pronunciate: nella psicologia dei personaggi, e dunque nella costruzione dei dialoghi, il non detto assume un ruolo di primaria importanza. Inizialmente si viene assorbiti da questo vuoto comunicativo, poi di rimbalzo si è incentivati a colmarlo con un maggiore coinvolgimento e con un processo di immedesimazione che porta ad accettare o rifiutare scelte che abbracciano una vita intera. Sono un centinaio di pagine che sanno scuotere per i gesti estremi e così umani dei protagonisti: si partecipa a un’opera che nasce intima e tenace, ma che col montare dei fatti sempre più diventa patrimonio comune, rappresentazione in cui ci si può ritrovare.
E se per comprendere un popolo, un luogo, è necessario conoscerne la cultura scritta, leggere quest’opera aiuta forse a capire la vita di chi passa l’esistenza tra terra e mare, con un occhio ai monti e l’altro a un orizzonte lontano. Malinconia e futuro sembrano mescolarsi, nascono così donne e uomini d’una complessità diversa, attraenti, disillusi, fatali, solitari ma distanti da ogni protagonismo epico. In questo Biamonti l’epica è assente e il verbo non si fa carne. La parola, tacendosi per pudore o timidezza, implode esaltando un discorso interiore che i personaggi, quando affini, sembrano comunque cogliere. Si formano scene e relazioni in cui si gesticola come se si cercasse di afferrare un’altra corda del destino, differente da quella che già si stringe, per darsi una nuova spinta. E in questo silenzio non vi è alcun processo di rimozione; al contempo le singole identità , come fossero troppo complesse da accettarsi nella loro interezza, subiscono una sorta di scavo e di setacciamento in cui si ricercano idee o esperienze che possano spiccare per senso compiuto, per dare luce di significato quando la bussola che ci guida non sa più portarci verso casa, e che, come realtà oggettive, se esistono, accomunino uomini dalle esistenze distanti, ma vicini nella convivenza obbligata della nave e compagni nella responsabilità dell’incarico.
Osserviamo le scene attraverso gli occhi, le riflessioni e le memorie di Edoardo, uomo di terra vissuto di mare, mosso dalla tensione di chi sente, e in cuor vuole, l’avvicinarsi della fine di una stagione che ha lasciato più materiale per il passato che indicazioni o certezze per il futuro. Il presente è difficile da scorgere in quest’opera, non perviene in modo diretto, non è vissuto neppure nell’immobilità del tempo dell’attesa che una nave senza indicazioni, senza conoscere cioè la fine della sua missione, deve subire. Ma viene accettato. E così è perché il presente di Edoardo nasconde il senso della sua scelta: la comprensione, l’accettazione e il consapevole rifiuto di ciò che è stato, che lui è stato, senza per questo mai rinnegare la propria vita né le scelte compiute. Dunque, in un senso maieutico, “Attesa sul mare” ha l’ammirevole capacità di farci assomigliare a ciò che realmente siamo, di aiutarci ad accettare ciò che abbiamo fatto e guardare avanti.
Tanto Pietrabruna quanto tutti gli altri scenari in cui sono inseriti i personaggi, Marsiglia, Tolone, la costa e l’entroterra ligure e della ex Jugoslavia, spiccano per come sono caricati di colori e materia; l’esistenza di una natura apparentemente più viva della vita stessa del paese e che risponde a ogni stimolo con una prontezza elastica che gli uomini sembrano avere perso, nominata poi in ogni sua forma di pianta o animale come fossero nomi di persone che si conoscono dall’infanzia, esalta e arricchisce il contrasto tra ciò che è stato e quello che si desidera essere e afferma la ricerca di una nuova stabilità . Coerente con la tipologia dei caratteri dei personaggi e con il taglio che ha voluto dare alla storia, nelle descrizioni l’autore si è concentrato su quell’unico elemento che poteva congiungere in modo potente una realtà esterna apparentemente così ricca e un mondo interno così scosso: il senso visivo, lo sguardo. Edoardo guarda, osserva, riflette, dialogando ora con i fantasmi di vecchi compagni, ora con la prorompenza della natura in fiore, ora con le pietre di un secco rio. Lo sguardo sa essere neutrale e, nella memoria, tutto abbraccia.
Ma il vero e forse unico momento in cui si apre la trama della finzione narrativa e ci è permesso di aspirare a una personale e definitiva comprensione avviene quando Edoardo ammette di non aver il coraggio di passare lo Stretto di Gibilterra, di “saltare il fosso”. E’ la conferma di ciò che in precedenza è stato volutamente mostrato solo nel profilo. Forse troppo vecchio, certo troppo logoro per battere quella paura che affonda le radici in ciò che egli stesso è e fa, marinaio abituato al Mediterraneo, qualunque nuovo impegno o slancio che comprenda il suo lavoro resta sterile. Non è più quella la sua strada. Egli infatti ha già deciso che questo sarà il suo ultimo ingaggio, ormai conscio di quanto il desiderio di abbandonare la navigazione sia maturo. Altri sono i progetti che nuovamente lo scaldano e gli infondono un senso che sa di pace, che danno importanza ad aspetti della vita che finora aveva trascurato, come un ritrovato affetto verso la sua terra, come soprattutto l’amore per Clara.

Con “Attesa sul mare”, uscito per Einaudi nel 1994, Francesco Biamonti (1928-2001) di San Biagio della Cima, provincia di Imperia, si è aggiudicato il Premio Campiello. La pubblicazione negli Einaudi Tascabili è del 2001.


di: pol.can

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