BLOOMRIOT > Sentito > PEARL JAM

PEARL JAM

In alto i cuori

PEARL JAM, .    

Supporti > E' difficilissimo per me recensire in maniera obiettiva un disco dei Pearl Jam...Ma sebbene troppo coinvolto emotivamente con la loro musica ci proverò. Intanto, qualche dato: settimo album di studio per la band, il disco è prodotto dai PJ con Adam Kasper (Soundgarden già in curriculum)e vede l'innesto quasi fisso in formazione del tastierista "Boom" Gaspar, una specie di freakkettone surfista hawaiano 50enne...Allora, Riot Act è un disco dall'ascolto non immediato, richiede attenzione e concentrazione per addentrarsi in pezzi che, pur partendo abbastanza "quadrati" vengono quasi destrutturati dalla funambolica batteria di Matt Cameron, sempre più parte attiva come composizione e arrangiamenti. Le melodie poi, a parte alcuni casi, non sono immediatamente recepibili,sebbene da subito molto belle (credo che Vedder dia veramente il meglio di sè in questo disco) ma un pò involute, ti arrivano quasi a poco a poco, con calma. Ecco, la calma di chi ha consapevolezza di sè, e della sua musica, è ciò che si percepisce subito dal disco, anche nei momenti più dinamici, e il senso di tranquillità nel fare le proprie cose, cosa che non significa una staticità, ma solo una forza tranquilla nel parlare di sè. E parlare di sè come band è ciò che fanno i PJ in Riot Act,visto che i pezzi sono scritti equamente da ognuno di loro, così che ogni brano rispetta l' indole di ogni autore..Poi, all' ascolto,le canzoni potranno anche sembrare meno affascinanti di loro cose passate, ma è solo perchè la loro pacificazione i PJ l'hanno trovata, e non graffiano più contro i muri per dire, semplicemente parlano, e chi ascolta ascolti...Ora, i pezzi: il tono del disco sembra riandare a certe cose tra NoCode e Yield, come sonorità, con qualche citazione da Vs.( specie in "1/2 Full", un tre quarti bluesato tra "Leash" e i Black Crowes). Abbiamo infatti parti rasserenate e ariose( il singolo "I Am Mine", la bellissima "Thumbing My Way", dalla strofa quasi alla Tom Waits), capitoli più intimisti ( l' iniziale "Can't Keep", che mi rimanda addirittura a pezzi come "Oceans"o "Wash" da Ten,il vocalizzo di "Arc",10 sovraincisioni vocali da brividi di Eddie Vedder, che del resto si mette molto in gioco come interpretazione in ogni brano, o la conclusiva e meravigliosa "All Or None", davvero emozionante fin dai primi accordi), ma anche momenti più potenti e "tamarri", anzi, si può dire che questi siano in lieve sovrannumero rispetto agli altri, e anche rispetto agli ultimi dischi del gruppo: per esempio "Save You", quasi alla primi Pearl Jam come impeto o l' inconsueta "You Are", firmata dalla mente malata di Cameron e con un groove electro rock ottenuto facendo passare le chitarre in una drum machine(!) che fa venire in mente certe cose di Prince, o addiritura dei Cure più rock, o ancora numeri come "Cropduster", basata su una scala di accordi molto ritmata. Ciò che ancora conquista di questi pezzi è quello che di nascosto appare, ascoltandoli attentamente...Fate caso ad esempio al basso in "Get Right", o alla scarnezza iniziale di "Green Disease",o ancora all'uso del vocoder in "Help", altro pezzo decisamente atipico. Discorso a parte meritano i testi, che affrontano non solo le consuete tematiche pearljammiane (verità, amore, passioni, con tutte le contraddizioni annesse) ma si scagliano in ironici e polemici attacchi contro la mentalità affaristica e corporativa del governo Usa e del suo cowboy presidente (vedi "Bu$hleaguer", ma anche "Ghost" e "Green Disease"), oltre che più o meno in genere del mondo dei ricchi. Unica soluzione che Vedder indica è quella dell' amore, nobile e puro (espressa nell' ottima "Love Boat Captain",che parla anche dei 9 ragazzi morti a Roskilde durante un concerto della band, e che diventerà presto un "classico" del gruppo), amore da cercare instancabilmente...in fondo la stessa cosa che cercavano i protagonisti di "Jeremy" e "Why Go?" nel 1991. Un album coerente con ciò che i Pearl Jam sono, dunque, questo Riot Act, ma che ho la sensazione conquisterà più di un fan, grazie all' andamento più rock rispetto agli ultimi due dischi. La cosa che mi commuove di più è ancora quel gusto quasi artigianale nel fare e recepire le canzoni, nel considerarle veramente frammenti di quello che gli autori sono mentre le scrivono,qualcosa che per sua stessa natura è forte e fragile insieme, insieme duraturo e disponibile a tutti ma anche da proteggere e coccolare, e l'idea pura di mettere in gioco quello che si è e quello che si fa, con profonda onestà e sapendo che a volte ci si riesce di più e altre di meno..Questa volta sicuramente ci sono riusciti, non arriviamo dalle parti di No Code, che è a mio avviso il loro capolavoro, ma Riot Act ci riporta i 5 di Seattle in gran forma, con più argomenti rispetto a Binaural, più voglia di proporre novità all'interno del loro stile e più cuore nel proporsi. Risulta anche un disco più fluido e "suonato"liberamente, quasi live nell'approccio...Peccato solo che a breve non tornino in Europa a suonare, ma di sicuro i Pearl Jam sono ancora vivi e in mezzo a noi...


di: BLIXA

Articolo inserito il:


PEARL JAM