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AUDIOSLAVE

Schiavi del suono e della rabbia

AUDIOSLAVE, .    

Supporti > Vede finalmente la luce un progetto che a causa di diatribe tra case discografiche e (pare) discordie tra i membri stessi della band ha rischiato, più volte, di naufragare in un nulla di fatto. Fortunatamente un accordo alla fine lo si è trovato (come $empre avviene in questi casi) e, sia le mie orecchie, sia le casse del mio stereo (che stanno ancora fumando) sono qui a ringraziare. Già, perché il disco è davvero notevole.
Dietro il nome Audioslave si nascondono quattro figuri entrati ormai nella storia del rock degli ultimi 10-15 anni: è il risultato infatti della fusione dei tre Rage Against The Machine superstiti, dopo la dipartita di Zack De La Rocha, e di Chris Cornell, orfano ormai da un po’ dei suoi Soundgarden e, onestamente, anche di una propria credibile e definitiva dimensione.
Quando ho comprato l’album ero curioso, ma anche un po’ spaventato; il rischio di una brutta e patetica copia dell’uno o dell’altro gruppo era alto, invece ciò che più mi ha entusiasmato è stata la perfetta e spontanea miscela di due stili assolutamente lontani, che non fa rimpiangere nulla del passato, rispettandolo, ma che si apre ad una terza via, imponente, nel nome di un’incredibile e mastodontica esplosione sonora.
Il disco esordisce con la potentssima “Cochise” (il primo singolo) che ti colpisce allo stomaco e ti stordisce subito, così, senza neanche il tempo di rialzarti parte “Show me how to live” e, magicamente, tutto ricomincia da capo. I riffoni di Tom Morello sono al solito granitici e funambolici, ma decisamente meno funky rispetto ai Ratm; la base ritmica (Commerford/Wilk) è precisa, spietata. Il suono è ricercato, ma non si perde in inutili fronzoli o virtuosismi fuori luogo, arriva diretto (“Gasoline”, “What you are”). Tutto questo spiana la strada ad un Cornell in forma strepitosa, che da tempo non usava la sua voce con tale violenza e, soprattutto, in fase di grande ispirazione compositiva.
Nello scorrere dei pezzi si inseriscono parti più calme, con tappeti sonori di grande eleganza (“Like a stone”, “Shadow on the sun”), con addirittura accenni acustici (“I am the highway”, “Getaway car”) e rimandi più antichi, dagli Zeppelin (sempre dietro l’angolo con Cornell) ad un hard rock acido e rumoroso (lo spettro dei Kyuss aleggia su “Bring em back alive”). Tutto questo dà vita a 14 ottime canzoni, in cui non resco a vedere punti deboli, per più di un’ora di musica che ti si attacca addosso, ti scuote, ti corrode e si deposita sottopelle.
Con la fine dei Rage e dei Soundgarden se ne è andata una parte di storia (e di noi) francamente irripetibile e che nessuno potrà restituirci, ma questo disco è una splendida consolazione... che nessuno potrà toglierci.


di: MY FRIEND GOO

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