ZEBDA

Uno stile musicale che ha il sangue delle idee che gli Zebda difendono: ibrido.

ZEBDA, .    

Supporti > Potente miscela di rock, raï, rap, funk, reggae, hip hop, dub e ska, gli Zebda rappresentano, in Francia, la volontà vitale di esprimere il disagio delle minoranze, degli emarginati, dei sans-papiers e la necessità di far esplodere alla luce del giorno le contraddizioni di una società, quella francese, multietnica, ma ancora profondamente divisa sul piano razziale e culturale.
Gli Zebda (all’epoca Zebda Bird) nascono a Toulouse nel 1985 dal progetto di un film amatoriale per l’associazione di quartiere Vitécri; Magyd Cherfi, promotore dell’idea, recluta Joël Saurin (basso), Pascal Cabero (chitarra) e Vincent Sauvage (batteria) e si improvvisa per l’occasione cantante. Il progetto ha successo e si evolve; nel 1988 si uniscono alla band altri due cantanti, i fratelli Moustafa (Mouss) e Hakim Amokrane e nel 1991 si aggiunge Rémi Sanchez (tastiere e fisarmonica).
Nel 1992, il primo album “L’arène des rumeurs”, forte dei contenuti impegnati ed ironici e dell’originalissimo stile musicale, lancia gli Zebda nel panorama musicale francese e nel 1995, con “Le bruit e l’odeur”, titolo polemicamente tratto da un’infelice discorso di Jacques Chirac, raggiungono un importante successo di pubblico e mediatico, con testi, sempre incentrati sul tema sociale, che denunciano le disuguaglianze, i problemi legati all’immigrazione e il razzismo comunque presenti nella realtà francese.
Pubblicato nel 1998, “Essence ordinaire”, una benzina normale, un atteggiamento normale, è una critica alla Francia che, divisa sul piano delle minoranze culturali, si riscopre improvvisamente unita nell’applaudire le prodezze di Zinedine Zidane, francese di sangue arabo, ai mondiali di Francia ’98. L’album diviene subito celebre per l’hit “Tomber la chemise”, che quasi svaluta un lavoro musicalmente molto valido in cui si possono riscontrare, ben miscelati, i diversi stili musicali tanto cari agli Zebda, dal funk di “Y’a pas d’arrengement” al reggae di “Tomber la chemise” e “On est chez nous”, dal rock di “Je suis” alla ballata pop “Je crois que ça va pas être possible” (passata migliaia di volte alla radio su Le Mouve) e in ogni brano, senza soluzione di continuità, s’intrecciano malinconiche melodie berbere raï con più morbide atmosfere, dolcemente appoggiate sulle note della fisarmonica e della chitarra acustica, che sembrano trasportare l’ascoltatore nel più francese dei locali francesi. Un caleidoscopio di sensazioni che, se a volte possono disorientare, più spesso trascinano nel cuore nella canzone e del testo, spesso forte e accusatorio, a volte triste, ma sempre ironico, a dimostrazione di come le parole impegnate possano non trovare limiti e non soffocare l’ascolto e la qualità musicale.
Con quest’album gli Zebda escono dall’infido e angusto terreno della musica “da centro sociale” per occupare un ruolo più completo e rappresentativo della loro natura: il ruolo di musicisti creativamente maturi, capaci di essere apprezzati dal grande pubblico sia per la qualità delle loro canzoni sia per l’impegno profuso nei testi e soprattutto nella realtà, dal momento che è già un “caso” politico, il successo del 13% dei voti ottenuto dall’entourage degli Zebda all’elezioni amministrative di Toulouse svoltesi nel Febbraio 2002, dove non si limitarono soltanto a dar voce alle minoranze, ma diedero origine a un vero movimento politico alternativo alla “gauche plurielle”, in nome della democrazia partecipativa e della lotta per immigrati e disoccupati.
In arabo Zebda significa “burro”, ma mai, come in questo caso, del burro ha toccato così duramente il cuore dei francesi.


di: JIM TONIQUE

Articolo inserito il:


ZEBDA