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US MAPLE

Live from Chicago...

US MAPLE, .    

Live in Bloom > Arrivano al Bloom gli U.S.Maple, band di Chicago che ha fatto molto parlare di se per il modo molto personale di intendere il rock, dandogli una direzione che fa ben sperare per il futuro, evitando cliché e retoriche tipiche del genere. Non sono certamente di facile ascolto su disco, ma nella versione dal vivo offrono uno show diretto e crudo mettendo l’ascoltatore in condizione di capire meglio la struttura dei pezzi e il loro peso. Il live set dura solo tre quarti d’ora, più che sufficienti per altro per poterli apprezzare al meglio. Li incontriamo dopo la loro esibizione per una chiacchierata. Sono visibilmente molto stanchi, ma si dimostrano molto disponibili e parlano in modo rilassato.

Come vi è sembrato il concerto di questa sera e che tipo di risposta avete generalmente quando suonate in Italia?

AL JOHNSON (voce) - Beh, per quello che ci è sembrato dal palco, è andata alla grande. Non è la prima volta che veniamo in Italia e devo dire che l’accoglienza è sempre molto buona. La nostra musica a differenza di quella che è la tendenza attuale è tutta suonata, non ci sono effetti o filtri, tutto quello che esce è creato direttamente dalle mani dei musicisti sul palco. Siamo una band molto organica in questo senso. Penso che il pubblico italiano più di altri possa apprezzare questo aspetto. In Germania, ad esempio, non tutte le date sono riuscite al meglio forse perché in alcune città la scena elettronica e techno è molto forte… Mi sembra che a volte si perda di vista il legame che ci deve essere tra la musica e i musicisti che la suonano. L’approccio deve essere molto diretto e in questo non ci sentiamo poi così diversi da gruppi come i Rolling Stones. Molti invece investono i propri soldi acquistando strumentazione elettronica o computers allontanandosi così dall’aspetto più fisico del suonare. Per questo il nostro tour toccherà in Europa solo l’Italia. Qui l’atteggiamento del pubblico è molto simile a quello degli Stati Uniti.

Come sta andando il disco in Europa?

A.J. - A livello di critica molto bene. Ma per quanto riguarda le vendite avremmo bisogno di una distribuzione migliore… Quello che possiamo fare per rimediare a questo è suonare molto dal vivo.

Siete soddisfatti di come è venuto il vostro ultimo lavoro?

MARK SHIPPY (chitarra) - Per quel che mi riguarda “Acre Thrills” è il miglior disco che abbiamo prodotto…
A.J. - Non è stato un lavoro facile. Abbiamo trascorso molto tempo in studio. Le canzoni che poi sono effettivamente apparse sul disco sono il risultato di una selezione tra le molte registrate. Sono nove pezzi su diciotto. Le abbiamo cambiate più volte, risuonandole in continuazione finché non hanno preso la direzione che volevamo darle.

Ho letto in una vostra intervista che il vostro approccio alla scrittura delle canzoni è una sorta di “rescue mission” (missione di soccorso)…
Cosa significa esattamente e si può parlare di canzoni nel vostro caso?

A.J. - Sì, assolutamente. Quelle che noi scriviamo sono canzoni. Non è improvvisazione. Sono strutturate in un modo che rende però difficile un’interpretazione fedele. La loro esecuzione può essere differente ogni volta. Quando suoniamo dal vivo a volte il pezzo prende una direzione che non è esattamente quella che vorremmo che fosse. Se prende una piega sbagliata bisogna in qualche modo recuperarlo, farlo tornare sui propri binari... la “rescue mission” va intesa in questo senso.

Però questa sera mi è sembrato che i pezzi suonassero come sul disco. L’idea che date è quella di essere comunque molto coscienti circa quello che state facendo sul palco…

A.J. - Si. Stasera è andata molto bene. Siamo riusciti a suonare come volevamo e siamo riusciti a interpretare i pezzi per quello che effettivamente sono. Sappiamo quando il pezzo sta andando troppo per le lunghe e ci sfugge di mano. D’altro canto Penso che sia anche giusto che ognuno cambi qualcosa nell’eseguirlo, sempre che si eviti il pericolo di distruggere la sua fisionomia.

Così reinterpretate i pezzi ogni sera in modo differente?

A.J. - Sì, questo è ciò che effettivamente succede. Sai, ognuno di noi ha la possibilità di sporcare troppo il pezzo anche se cerchiamo di essere il più possibile onesti verso le nostre canzoni. Sappiamo che non potranno rimanere identiche ogni sera. Parliamo molto sul palco tra di noi, ci urliamo anche dietro, ma tutto questo ancora una volta per aiutare la canzone a non andare troppo in là.

Vi ritrovate in una definizione come “decostruzionismo”? Pensate sia adatta per voi?

A.J. – No, no. Penso che non si addica per niente a noi. Non è quello che facciamo. Non facciamo delle canzoni un insieme di pezzi da rimettere in qualche modo insieme. Non lavoriamo così. Lasciamo che le cose nascano da sé, lasciamo che il pezzo vada avanti in un modo che ci dia la possibilità di costruirci sopra qualcosa…
M.S. - Ecco sì, forse è meglio dire ”ri-costruzionismo”…che poi è proprio il contrario.

Qual è la vostra posizione nella “scena di Chicago”?

A.J. - C’è molta bella musica a Chicago, questo è sicuro.
M.S. - Sì, anche se noi siamo un po’ degli outsiders. C’è comunque una grande atmosfera a Chicago, molto positiva.
A.J. - Ci sono veramente tantissime bands e cose anche molto differenti tra loro.

Ci sono gruppi a cui potreste essere paragonati o che si avvicinano al vostro modo di fare musica?

A.J. - Non penso ci sia molta gente che faccia quello che facciamo noi. Voglio dire, senza nessuna presunzione, non con il nostro tipo di approccio. Ci sono molte bands che suonano noise e che magari si abbandonano a quel tipo di sonorità rendendole troppo confusionarie. Quello che facciamo noi può benissimo non piacere, ma capisci subito che non sono pezzi suonati a caso, capisci che c’è un lavoro dietro, un’idea di completezza che arriva in qualche modo all’orecchio.

Ad esempio, cosa pensate dei 90 Day Men? Vi chiedo questo perché mi pare abbiano preso una direzione opposta alla vostra. Il loro disco ”To Everybody” è veramente un’apertura verso tutti, è molto più easy del precedente anche se resta comunque un bellissimo disco. Voi invece state percorrendo una strada tutta vostra, meno preoccupati del pubblico.

A.J. - Sì, anche a me è piaciuto il loro disco, sono una buona band. Però quello che dici è vero. Noi stiamo percorrendo la nostra strada e siamo distanti dal loro approccio alla musica. Loro si sono aperti al pubblico, sono più rilassati. Noi stiamo lavorando sul nostro modo personale di scrivere. Ma poi la differenza tra noi e loro la cogli al volo… li vedi che sorridono sempre quando suonano, invece guarda che facce abbiamo noi adesso! (ride)

Questa intervista verrà pubblicata sul sito Bloomriot. Che rapporto avete con internet? Pensate che scaricare musica dalla rete sia per voi un aiuto o un danno?

A.J. - Non direi che è un danno, anzi. Ci piace il fatto che ci si possa procurare musica in modo gratuito. Per noi in certi casi è anche un vantaggio, nel senso che in paesi in cui la distribuzione dei nostri dischi non funziona bene, possiamo essere conosciuti e ascoltati, potendo così pensare di andarci a suonare anche senza un supporto discografico efficiente. È solo un altro mezzo per farci conoscere il più possibile.


di: AJ VENERE

foto di: Alambra

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