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MARK LANEGAN BAND

Il malvagio blues-folksinger che viene dal freddo

MARK LANEGAN BAND, .    

Supporti > Novità e conferme da questo splendido Ep “natalizio” in edizione cartonata. La prima cosa che stupisce è la denominazione del progetto, quella parolina “band” aggiunta al nome di quel gran autore-interprete che è Mark Lanegan. L’altra novità riguarda proprio la fantomatica band in questione: tanti musicisti tra i quali spiccano quattro nomi mooooolto conosciuti: le regine stoner Joshua Homme e Nick Oliveri, il musicista-produttore Chris Goss e Dave Catching, anch’egli spesso presente nei variegati progetti della cricca. Musicisti importanti che danno un’impronta di rilievo alla maggior parte dei 30 minuti del disco, sottotitolato “Methamphetamine blues, extras and oddities”.
È proprio con il mefistofelico blues delle metanfetamine che si apre il tutto, e la virata rispetto a “Field songs” è evidente ma conquista subito. Dopo i neanche due minuti di “On the step of the cathedral” inizia “Clear spot”, l’unica canzone non di proprietà (o comproprietà) di Lanegan, ma (guarda un po’...) di Captain Beefheart. Il risultato è però talmente perfetto da sembrare un’oscura canzone originale dell’ex Screaming Trees. In “Message to mine”, ballata elettrica e briosa, si ritorna ad uno stile più vicino ai precedenti lavori e come ospite d’eccezione spunta anche Greg Dulli (leader degli ormai disciolti Afghan Whigs). Poi è la volta dell’avvolgente “Lexington slow down”, interamente costruita sulla voce, bassa e commovente all’inizio, che, su una base pianistica delicata, a poco a poco prende il volo accompagnata da soavi voci di sottofondo. Non si ha il tempo di respirare che in “Skeletal history” Lanegan ritorna nel suo lato “malvagio”. Anche qui, come nella prima traccia, è davvero impressionante l’efficacia dell’accoppiata tra la voce del Nostro e la chitarra di Homme (cosa già sperimentata a lungo nei Queens Of The Stone Age con ottimi risultati). Tra inferno e paradiso, tra caldo vocale e freddo invernale anche le tre canzoni rimanenti, “Wish you well”, “Sleep with me” e la versione quasi interamente strumentale di quest’ultima come ghost track.
Oramai è una cosa assodata: con quella voce Mark Lanegan può fare ciò che vuole. La sensazione che si respira è sempre quella di una dimensione ultraterrena (ricordate “Resurrection song”?) e crepuscolare, il risultato è sempre incredibile e di grande effetto, soprattutto se supportato da così degni compagni d’avventura.


di: EDDIE FELSON

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