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THE CURE

Say it's the same sun spinning in the same sky...

THE CURE, .    

Supporti > A distanza di quattro anni dal precedente Bloodflowers, disco controverso fortemente "sentito" dal gruppo ma un pò deludente, forse, nel risultato finale, i Chiur tornano alla ribalta con questo disco ononimo: stando alle parole di Robert "Ciccio" Smith, il giorno in cui i Cure avessero fatto un disco ononimo sarebbe stato quello in cui avrebbero dato alle stampe il disco definitivo, quello con IL suono del gruppo...Perciò, dovremmo esserci, e allora vediamo: mano libera al cattivone Ross Robinson alla produzione (in carnet per lui Korn e Slipknot, ma soprattutto gli At The Drive-In), maggiore collaborazione della band nella scrittura dei brani e strada spianata a queste nuove 12 canzoni. Diciamo subito che il lavoro di produzione è fatto benissimo: il suono rimane quello inconfondibile dei Cure, ma è come ingrossato e potenziato e finisce per essere, pur così fedele a sè stesso, estremamente moderno, grazie agli arrangiamenti e ai suoni, specie delle chita rre abbondantemente acidose, molto malsani, e in particolare all'uso della voce di Robert, poche altre volte così cattivo e grintoso (fate caso per esempio a "Lost", con la voce che continua a salire sopra la base, sorniona come un gatto in caccia, fino all'esplosione finale, e ancora alla decisissima "Us Or Them"). E poi i pezzi: a mio avviso sono ispiratissimi come composizione, e guidano il nostro cuore (si può forse ascoltare un disco dei Cure non con il cuore?) dentro una panoramica dei mondi sonori della band inglese: il disco inizia infatti scurissimo e claustrofobico, dalle parti di Pornography per capirci, proprio con "Lost", si mantiene ipnotico con la successiva orientaleggiante "Labyrinth", che sembra sembra ma invece non decolla mai e ti tiene lì senza fiato ad aspettare che qualcosa succeda, per poi dilatarsi nella bellissima e ariosa "Before Three", come a dirti "Adesso respira", e nel singolo superpop "The End Of The World", che sembra invece condur ci nella zona di dischi come The Head On The Door; ma è solo un attimo, perchè subito si ripiomba nella Depechemodiana (periodo Ultra: ci si aspetta da un momento all'altro la voce di Martin Gore!) "Anniversary" e nella già citata "Us Or Them", gridata e molto incazzata, con il basso che incombe e le chitarre sbrodolate sull'odio del cantato. Ancora un ritorno ai Cure più pop della seconda metà degli anni'80 con i pezzi successivi: molto bella "(I Don't Know What's Going) On", con la voce (fatemi dire ancora una volta quanto canti bene Robertino in questo disco, più grezzo e sopra le righe del solito ma ancora più intenso ed emotivo...) che corre dietro al tempo nervoso della batteria per poi aprirsi nel dolcissimo ritornello ("I am so in love with you"...così come potrebbe dirlo un bimbo stupito dal mondo), oppure l'altro potenziale hit "Taking Off", che sembra arrivare direttamente da Wish e potrebbe candidarsi a nuovo classico del gruppo, e la succ essiva "Never", ancora molto decisa nel cantato e nella batteria pur mantenendo un'impronta chiartamente melodica. Ma la vera gemma del disco per me si ha nella suite finale, "The Promise": dieci minuti dieci di atmosfere liquide e dilatate, rette dal poderoso basso di Simon Gallup (non dimentichiamoci Simon: come sempre vero alter ego di Robert Smith e fantastico per il suo suono e la presenza dominante nelle canzoni) e dagli incroci delle chitarre distortissime e bagnate nel wah-wah, su cui si lancia la litania della voce, prima bassa bassa e poi sempre più lancinante, straziante come non mai nel declamare la promessa tradita ("You promised me another dream / Another lie / And I Waited...I Waited..."): perfetto nel ricreare il pathos di Disintegration e dintorni, il brano si muove tra psichedelia e drammaticità, aprendosi epico e allucinato allo stesso tempo, tesissimo e iperemozionante, e mi ha riportato certe scurissime atmosfere e sonorità del primo disco di S iouxsie & The Banshees...Grande davvero!!! Tutte queste parole per dire della musica: ora giusto due cose sui testi, che sono come sempre bellissimi e se possibile ancora più "alla Cure" del solito: malinconia, gioia da bambini (è un complimento, ovviamente!), amore disperato e disperante, e l' eterno spleen che provoca la fugacità della bellezza (in "Anniversary, o "Alt.End", ma un pò ovunque in tutti i brani del disco...) Giudizio finale? Allora: da fan dei Cure, il disco è bellissimo, non saprei scegliere quale sia la canzone più bella, dipende se amate i Cure più adolescenziali, e perciò sceglierete magari "Taking Off" o se preferite quelli più darkettoni, e in tal caso vi piacerà "The Promise", o "Lost"; da recensore, il disco è ...bellissimo (mi lancio? Massì, forse insieme ai TV On The Radio e ai Divine Comedy è la cosa nuova più bella di questa prima metà 2004), ma forse appena troppo sbilanciato verso i pezzi più "clas sici" rispetto a quelli un pò più freschi, che pure ci sono, e sono quelli più scuri e innovativi (forse qua sì grazie a Ross Robinson) come i primi due brani, "The Promise" e "Anniversary". Ma, accidenti, dopo 25 anni di onorata carriera fare un disco così ispirato...custodiamoci gelosamente l'eterno "Imaginary boy" Robert Smith, e lunga vita ai Chiur!!!


di: BLIXA

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