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FIVE WHEELS DRIVE

Come crearsi un proprio deserto e generare tempeste di sabbia solamente con gli ampli a tutto volume

FIVE WHEELS DRIVE, .    

Supporti > A volte è necessario che passino molti anni ed altrettanti dischi per capire il valore di un gruppo. A volte, invece, basta una decina di pezzi. Qui si tratta proprio del secondo caso appena citato: un album d’esordio (“Five wheel drive”) di un gruppo (Five Wheels Drive) che mostra sin dal principio i propri numeri, inizio ben rappresentato dal “Bemused”. 45 Minuti scarsi in cui si susseguono e si rincorrono valanghe di riff e melodie, di quel genere definito (se vi aggrada l’etichetta) stoner; qualcuno lo chiama desert rock e qui si pone il problema: dove riescono a trovare un deserto in brianza? Loro ci riescono senza porsi minimamente il problema.
L’ascolto è senza dubbio piacevole, è subito risaltano alcunoi aspetto molto interessanti. Una cosa mi è piaciuta da subito: l’alternanza di pieni e vuoti, di spazi aperti e stretti corridoi musicali. Partendo dalle loro verdi stanze (“Living in a green room” è un gran pezzo in cui fanno capolino i primi Queens Of The Stone Age) la musica trova da sola quel deserto che corrisponde all’ambiente naturale ad essa più adatto, facendosi largo a spallate (“Over the dune”) o semplicemente evocando ipnoticamente ciò di cui c’è bisogno (“My room is full of sand”). L’aspetto più motoristico e selvaggio è sempre dietro l’angolo: “4 miles away” ha un grandissimo tiro, “A motor inside” fa impallidire un gruppo che si basa sull’immaginario fatto di “macchine veloci-motori rombanti-cilindri in azione-belle donne” come gli ultimi Fu Manchu, i quali vengono sorpassati dai Nostri dopo una partenza con sgommate e tracce di pneumatici sull’asfalto, e con il contagiri che quasi esplode. Ma non è finita qui: a chiudere il tutto c’è la kyussiana “Like a dead man”, uno dei miei pezzi preferiti (veramente trascinante) che sottolinea la maturità compositiva di queste cinque ruote che senza dubbio viaggiano alla grande. Da sottolineare ancora che il risultato finale è più della semplice somma delle parti (Mario alla batteria, Simone al basso, Alberto e Cello alle chitarre, Fra alla voce), è questo fa ben sperare anche sugli sviluppi futuri. Per la cronaca c’è anche da dire che la produzione è in collaborazione con Giorgio Ciccarelli, non certo l’ultimo arrivato: leader dei Sux! e impegnatissimo anche con i milanesi Afterhours.
Con tutto quello che ho scritto non intendo dire che questo è un disco perfetto. Ci sono cose criticabili: “Pleasure to burn” a mio modestissimo parere è un pezzo qualitativamente inferiore agli altri che crea una sorta di pausa-piatta (non voluta) nell’intero percorso sonoro, “Someone to kill” risente dell’effetto già-sentito nonostante sia un gran bella canzone. Un ulteriore cruccio è dato dalla mancanza nel booklet dei testi (fondamentali sempre e in ogni caso, secondo il sottoscritto). Nonostante queste ultime (e minime) critiche non posso fare altro che promuovere appieno questo debut album con tante aspettative per il prossimo


di: EDDIE FELSON

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