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INTERPOL

I promise to comitt no acts of violence

INTERPOL, .    

Supporti > Cos’è cambiato negli Interpol? Cosa può essere successo? Scambi di persona? Paul Banks è stato lasciato dalla ragazza? Le muse hanno deciso di accompagnarli in studio? Paul Banks ha trovato la ragazza? Non fraintendetemi, ma personalmente il debutto degli Interpol non mi aveva particolarmente impressionato, anzi al tempo mi era sembrato che Turn on the Bright Lights avesse fatto molto rumore per nulla. Ora, scherzi a parte, non è che la band di New York abbia cambiato radicalmente rotta, è solo che questo Antics mi sembra decisamente più riuscito del suo predecessore. Il perché è difficile spiegarlo, con l’innocenza di un bambino ce la si potrebbe cavare dicendo semplicemente che le canzoni sono più belle, certamente Antics ha un sound un po’ più pop rispetto al suo predecessore. A qualche affezionato di quest’ultimo questa sfumatura potrà non piacere, ma che c’è di male? È vero, i suoni sono più puliti e pettinati, ma melodie e arrangiamenti hanno un’energia e una vena ispirata che difficilmente si può riscontrare nel primo album. Sin dalla prime note di tastiera di “Next Exit” gli Interpol riescono a creare un’atmosfera avvolgente nella quale la voce di Paul Banks, con un tocco di Ian Curtis (e questo già si sapeva) e una punta di Lou Reed, cattura totalmente la nostra attenzione. Che la qualità del brano d’apertura non sia un caso fortunato lo si evince con le seguenti “Evil” e “Narc”, nella quale Curtis invoca una difficile riconciliazione cantando “don’t give up your lover tonight”. Per i ballerini un must del venerdì dark del Rainbow Club di Milano, o, perché no, della serata This Is Radio Bloom, sarà sicuramente l’incalzante ritmo disco di “Slow Hands”. Altri momenti intensi sono “C’mere” e il struggente brano di chiusura, “Time to be Small”, nella quale la fredda e impietosa chitarra di Kessler disegna geometriche melodie ricche di reminiscenze post punk e new wave. Nell’insieme questo è proprio un bel disco: introspettivo sì, ma quasi più vicino alle atmosfere dei Velvet Underground e alle melodie di Bowie che al sound dei Joy Division. La sensazione che rimane dopo aver consumato Antics è quella di aver vissuto una malinconica riflessione più che un’oscura aggressione. In questo senso l’intenzione di non commettere atti di violenza, manifestata in “Not even in Jail”, sembra un’apertura a un nuovo approccio musicale.


di: MC CANDLESS

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