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NICK CAVE & THE BAD SEEDS

Saffo, Nabokov e Johnny Thunders

NICK CAVE & THE BAD SEEDS, .    

Supporti > Un disco doppio. Dopo il debole, troppo debole Nocturama! Urge abbandonare entusiasmi da fan talebano ma anche pregiudizi da irriducibile critico per affrontare la nuova fatica di un Artista che ami così tanto, specie se arriva dopo il punto più basso di tutta la sua produzione: e allora, tabula rasa del Nicola Caverna che adoro, della violenza biblica e dell'ironia disperata, dell' Amore e del duende, dell'oscurità allucinata e dell'eccesso surreale, e dentro a capofitto in questi due nuovi dischi, bianchi e a pastello come fiori di pesco o come un biglietto d'invito a un matrimonio, o quasi a una cresima ad aprile. Certo la musica, quella non sarà così bianca...E infatti: ABATTOIR BLUES: sì, disco più "rumoroso", è stato presentato, ma soprattutto disco "Negro", con il Nostro che gioca subito gli assi nell'iniziale "Get Ready For Love", ovvero Nick che canta, stavolta con una voce davvero asciutta e grattata, un Gospel mefitico e di una potenza quasi inaudita, con il coro (si, perchè la novità sostanziale a livello musicale è proprio la presenza del nucleo ristretto di un coro gospel!!!) che è contemporaneamente baccante isterica, distorsione aggiunta e morbida carezza di velluto. Ma "Negro" anche perchè, tra organi di segatura e chitarre non invitate che se ne vanno proprio quando invece vuoi che restino, tale è l'anima di tutto il disco, come nel capolavoro "Hiding All Away", dove Nick setaccia il blues più sporcaccione neanche fosse Jon Spencer prima di diventare fighetto ( o sè stesso in una band che si chiamava Birthday Party...), e dove ci regala un finale con un climax di tensione e rabbia insostenibile. C'è una guerra che arriva, profetizza l'ex tossico di Kreuzberg ormai redento, e la risposta che abbiamo è l'Amore, privato e universale, quasi come salvifica necessità: è questo che traspare nel tono sospeso di "Messiah Ward", il brano forse più seducente, o n ella incombente minaccia di "Cannibal's Hymn". Altrove invece è il musical, la messa felice di una chiesa di Brooklin a farci letteralmente scatenare: "There She Goes, My Beautiful World"( con un pantheon di vip chiamati a celebrare che raccoglie oltre ai tre figuri che nomino più sopra anche Marx e Gauguin) e "Nature Boy", così puttanoni e esagerati, limonano in un personale grand guignol con il pop più pomposo di Re Inchiostro (e qui ha senso il farlo, non se venga bene o male, chè questo è sindacabile), quasi un suo richiamarsi all'Elvis del periodo Las Vegas. E ancora, prima della apocalittica parabola finale della Scimmia Marrone, c'è spazio per l'accorato omaggio a Johnny Cash, "Let The Bells Ring", con quel tono così U2 fine anni '80, e per la title track, invero il momento più debole dell'opera, con il suo amiccare da Marvin Gaye irrisolto. Insomma, in breve, ballabile, sexy, ruvido, caldo, sudato, la stella matura prim a di esplodere, seppure qua e la troppo poco sbracato per essere sconvolgente e fare male. Però vivo, e mosso. THE LYRE OF ORPHEUS: ovvero, della dolente serenità. Meno europeo e brechtiano, se si eccettua il pezzo ononimo, sulfureo e sarcastico, con una Euridice in menopausa che invita Orfeo a mettersi la sua lira proprio in quel posto là, più americano, addirittura in maggiore, e trattenuto, e che coccola, nella gemma "Breathless", che fa incursione in un mondo di bellezza quasi arcadica con la sua cascata di flauti sbronzi, e nel malizioso quanto ammaliante canto dell'amor profano di "Babe You Turn Me On" ("appoggio una mano sul tuo rotondo cuore maturo/e infilo l'altra dentro le tue mutande", perfetto...), punteggiato da un secchissimo bouzouki che guida un cantato davvero suadente e rotondo, per poi invece assumere un tono più mesto e accorato che inizia con l'orazione di "Easy Money", si agita appena nei cori da marinaio di "Supernat urally" (un vascello di deportati e prostitute con a bordo un giovane mozzo che nel 1780 arriva nel Maine dall'Atlantico in tempesta), così già sentita da essere incredibilmente nuova, e poi ritorna al buio nella purpurea milonga macchiata dal funereo violino di Warren Ellis di "Spell" e nel macabro bolero di "Carry Me", prima dell'ultimo appello, così religioso e commiserato che non lo puoi far scappare via, di "O Children": ancora il coro qui, ma a lume di candela in qualche angolo del profondo Sud. Se Abattoir è una gioiosa messa da requiem (non è una contraddizione, pensate al banchetto degli appestati nel film Nosferatu, o al finto bordello di un Tim Burton, per dire), The Lyre, che sta al primo disco come Kill Bill Vol.2 sta al Vol.1, è più una intima via crucis in otto stazioni, dove ciò che domina è la pietas: angeli non più a Berlino ma a Brighton, o Tristano Muore di Tabucchi, se preferite. Simpatetico, se me lo passate, e umano, anzi umanistico.CONCLUSIONE: rapida e sintetica, ma che dice tutto...Meno piano e violino, più corale e gonfio. Molti, molti passi avanti da Nocturama. E un (mio) sospiro di sollievo.


di: BLIXA

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