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PAOLO CONTE

La domanda è rosso fuoco, e la risposta è blu

PAOLO CONTE, .    

Supporti > Un Paolo Conte che parla di città, viste, sentite o solo immaginate, e per questo conosciute benissimo. Un Paolo Conte che parla di sé, apertamente come forse mai, e che per questa volta rinuncia a raccontare storie come fosse un Corto Maltese delle Langhe, per darci qualche sprazzo di una storia che è incisa dentro la sua vita e ha a che fare con il suo animo. La memoria incantata, e la nostalgia di un passato tanto idealizzato e iconografico quanto palpabile e quasi tastabile nei suoi odori. E' questo il primo tipo di sensazioni che mi comunica Elegia, ritorno dell'avvocato piemontese (si, perché non c'era solo “quell'”avvocato in quelle zone) alla musica inedita dopo nove anni di silenzio. Diciamo subito che non è un disco dall'”afrore di caramelle al mentolo”, questo lavoro. Il piano è grande protagonista, e tutto assume i connotati di un lavoro decisamente retrò, quasi da Belle Epoque, qua e là, nelle scelte musicali e negli arrangiamenti (per esempio nella meravigliosa Frisco, dove la città californiana è paragonata a Ninive e Babilonia, Memphis e Luxor, tutte inferiori a “Frisco l'Etrusca, al sole viaggiante”), ma che per lo più si sfuma in tonalità di fine autunno, fortemente espressive e introspettive, fatte apposta per dipingere quadri pastello che parlino di velati ricordi di un tempo che fu (gli anni '50 inesistenti perché personali di “Nostalgia del Mocambo”, che peraltro è insieme a “Sandwich Man” l'unico episodio che lasci passare un po' della surreale ironia cui Conte ha abituato i suoi ascoltatori) piuttosto che colorati murales come quelli dei tempi di verdi milonghe. “Forse tu non mi amerai / mi ascolterai, mi seguirai / ma non mi amerai”, canta Conte in “Molto Lontano”, probabilmente il pezzo più bello di questo disco, e insieme alla title-track il più efficace a tratteggiare le coordinate poetiche in cui la melodia si muove, ovvero proprio quella toccabile e in un certo senso rassegnata tristezza, cui si può reagire solo andando molto lontano, dove ci si possa arrendere “in braccio a una musica / che chiuda il discorso delle affinità”. L'altro grande leit-motiv di questa opera è infatti proprio la Musica, tema che viene associato a quello della nostalgia, quasi che la musica stessa sia una amante / amata lontana e semplice che ora non c'è più, una “Musica di ruggine nerastra / tinta a caldo di caligine”, da guardare-ricordare-raccontare con quella struggente simpatia che le (nostre) cose passate ci trasmettono. Forse la forza di questo disco, almeno per la mia sensibilità, sta nel ritrarre così a cuore aperto il sentire del cuore di un uomo, ormai non più giovanissimo, che racconta il suo disincanto e la sua incomprensione dell'oggi, scegliendo non il rifugio in un passato accogliente, ma la sua poeticizzazione (esisterà questa parola?) in una personale mistura di rimpianto, affetto e smarrimento, una “Elegia”, appunto: e mai titolo fu più azzeccato di questo. E le canzoni? Beh, bellissime, quasi tutte. Gli episodi più soffusi e dolci hanno lo stesso sapore delle Onde di Ludovico Einaudi, o della musica di Satie (fantastica “Bamboolah”, accorata supplica all'amata), mentre quelli più dinamici, pur intrisi degli ormai familiari ritmi da Sudamerica-ad-Asti, tengono una trattenuta e gentile sobrietà, rispetto ad altre canzoni Contiane (ad esempio una “Boogie” non avrebbe mai potuto trovare casa in questo disco) quasi anche loro volessero testimoniare della volontà del loro autore di dire:”Ecco, questo è quel che piace a me, e ciò di cui mi piace scrivere”, piuttosto che prendergli la mano e trascinarlo in vorticosi giri di tango alla Garcia Marquez. Un gran disco, davvero. Forse il mio disco italiano del 2004 .


di: BLIXA

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