MOTOR

Una brutale dimostrazione di neoprimitivismo

MOTOR, .    

Supporti > Questa è roba per orecchie forti, per palati forse talmente sopraffini, o ardimentosi, da fare il giro e finire per ricondursi alla primordialità .

Già , perché primordialità è la parola che si può scomodare per la musica(?) di questi Motor, un gruppo dedito alla techno più rumorista e intransigente, che tocca le isole proibite della gabber e fuoriesce in un approccio rock, potente e ignorantissimo. Li avevo “scoperti” con un remix decostruito di Precious, uno dei singoli dell’ultimo disco dei Depeche Mode, e mi aveva colpito la loro esplorazione di una specie di strato zero. Uno strato zero della forma musicale, puramente fisico e alterato. Ah, a proposito di ignoranza: perché Motor? Perché molti dei pezzi partono o contengono dei suoni riprodotti di motori in accelerazione, ovviamente! Partite ascoltando Spazm, per farvi un’idea, e avrete già tutto chiaro, o li odiate o li salverete!


Paradigma di questa operazione? Il primo brano del cd, Black Powder: ritmica sintetizzata e satura che parte in fade-in, salendo in un continuo crescere della tensione che si protrae per 56 secondi, prima che parta la batteria e continui imperterrito il tappeto di due note che (da solo!) costituisce il pezzo. E poi? Poi, se ce la si fa, bisogna attendere ancora uno stop, una finta, e un altro stop lunghissimo dopo un’ulteriore salita del ritmo, prima che, sospirato, agognato, al minuto 2’42’’ il pezzo termini la fase di decollo e si metta a pieno regime, sempre basandosi solo su quelle due insopportabili note e un uso scriteriato di quella levetta da tastiera anni ’80 che altera l’altezza delle note.

E cosa si può fare a questo punto se non abbandonarsi alla danza? Ché tanto la faccenda andrà avanti così, senza quasi variazioni, eccetto tuttalpiù qualche incisivo e fastidioso tasto premuto sui toni alti, non solo per i sette minuti di questo incipit, ma anche per tutti quelli che vanno a comporre questo disco, ideale per i vostri rave ferragostani, ma che non consiglierei a chi è debole di cuore o soggetto ad attacchi di ansia.

Va da sé che tutto ciò funziona benissimo, se vi piacciono sonorità tossiche e allucinate di un certo tipo, e non vi fanno paura tensioni esasperate in infiniti crescendo, ritmiche primitive con voci filtrate (Yak), adrenaliniche scariche elettriche indotte da qualche nuovo speedball sintetico (Stuka Stunt), con incombenti rumori di carlinga di aeroplano a colorare il tutto, usi criminali di sintetizzatori (probabilmente con gli occhi bendati, in modo che i Motor non vedessero quello che stavano facendo mentre registravano sul computer di casa loro), come in Botox, e più in generale suoni che rendono esausti se ascoltati troppe volte di fila, come nella allucinata Mdxt-A, colonna sonora ideale per proibiti esperimenti di laboratorio.

Quasi nessun intervento vocale (a parte qualche grugnito recitato, ed eccezion fatta per 1X1, che potrebbe essere un ipotetico singolo), e un vago accenno melodico sparso a caso qua e là costituiscono la ricetta che questi tecnoterroristi dispensano in Klunk: come se lo sweet nothing degli Atari Teenage Riot fosse stato sapientemente miscelato con il lato fashionpunk dei primi Prodigy, spogliandolo però di qualsiasi anche involontaria concessione al pop (come in Sweatbox, perfetta per torturare il vostro più acerrimo nemico con le sue smitragliate di rullante messe lì mai una volta a tempo, e che come il primo pezzo ti fa penare per minuti, prima di salire definitivamente e decollare) e puntando come dei samurai a far solo e soltanto liberare il corpo e il movimento. E si ha da dire che lo scopo lo raggiungono appieno, questi Motor, ennesima scoperta di Daniel Miller, boss della Mute Records.

Tanto che quasi non ci si crede, quando si arriva a En Trans, ultimo capitolo di questo viaggio allucinante, e ci si trova di fronte a volumi ribassati, quasi nessun bum bum ritmico e una vaga, appena percettibile, cognizione di rallentamento delle pulsazioni, come se anche i Motor conoscessero il significato della parola “soft”, o come ci si potrebbe immaginare un ambiente chill-out dopo aver fatto un triplo turno continuato in un’acciaieria. Siamo davvero atterrati?


di: BLIXA

Articolo inserito il:


MOTOR