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LA VITA NON E' UN FILM PORNO

Il giornale nell'angolo della scrivania era stropicciato dalla lettura. Non accadeva spesso che avesse il tempo di leggerselo tutto mentre era al lavoro....

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Vissuto Storie > Il giornale nell'angolo della scrivania era stropicciato dalla lettura. Non accadeva spesso che avesse il tempo di leggerselo tutto
mentre era al lavoro. Il più delle volte giaceva intonso
buttato a fianco del cappotto, con la notizia di prima pagina che
occhieggiava obliqua e lo perseguitava per tutta la giornata.

Nemmeno un aereo che precipitava in fiamme nell'oceano era un fatto
molto consueto, ma sinceramente la cosa non lo toccava più
di molto, solo lo infastidiva quella foto a colori dei rottami del
fumo della gente e soprattutto la tristezza di quelle scarpe spaiate
recuperate dai soccorritori. Era stato costretto a girare il giornale
sulle più confortanti macchie d'inchiostro di un inutile
editoriale e della pubblicità di un libro che non avrebbe
mai comprato.

Le pagine venivano sollevate e frusciavano leggermente ogni volta
che il cieco occhio di plastica blu del ventilatore si posava su
di loro. Il ticchettio dell'orologio elettrico alla parete, il ventilatore
e le pagine. Per un momento si sentì sicuro chiuso in quella
stanza dove tutto sembrava prevedibile e scandito da tempi certi,
il ventilatore, l'orologio e ogni dodici secondi il lieve fruscio
delle pagine.

Un autobus di passaggio e il tremolio dei vetri della finestra
irruppero. La cosa non lo infastidì propriamente, più
che altro lo deluse.

Incrociava senza vederlo lo sguardo del ventilatore, che dall'alto
di un armadietto di ferro smuoveva a vuoto l'aria afosa di quel
pomeriggio d'estate e sembrava costantemente dire no al suo proprietario
che lo osservava con lo sguardo perso fra dei pensieri incerti.

D'improvviso decise che l'aria immobile era di gran lunga più
sopportabile del rumore del ventilatore e si alzò dalla sedia
di cuoio nero e lo spense. Il silenzio lo assalì come una
belva feroce, la lancetta dell'orologio sul muro detonava i suoi
secondi.

Si rese conto di quanto l'abitudine a quella stanza lo avesse reso
cieco, riguardò quasi con stupore i muri dipinti di verde
nella parte inferiore e lasciate bianchi sopra e si ricordò
di quanto lo avessero intristito la prima volta che aveva visto
lo studio. Non riuscì a contare tutte le volte che si era
ripromesso di ridipingerle e far sparire per sempre quell'aria ospedaliera.
Con altrettanto stupore si avvicinò alla sua laurea in medicina,
appesa in una semplice cornice di legno appena sopra la fine della
metà verdognola. La osservò a lungo senza riuscire
a formulare un pensiero preciso né ad osservarla veramente.
Vedeva solo dei piccoli dettagli, la firma svogliata del rettore,
l'inchiostro sbiadito appena dal tempo e dal sole. Distrattamente
passò un dito sulla cornice, ritrovandoselo sporco di polvere.


L'odore del sapone chirurgico e l'acqua fredda sui polsi passarono
come una mano sul vetro appannato dei suoi pensieri. Dalla porta
aperta del bagno vedeva un angolo della sala d'aspetto, le sedie
di plastica, la pianta finta, i quadri trovati in chissà
quale rivista medica, il tavolino con una decina di libri sparsi
sopra.

Riusciva a riconoscere quei libri, anche se era troppo lontano
per leggerne i titoli. C'erano Gozzano, Pavese, Masters, quelle
foglie d'erba di Whitman che non gli erano mai piaciute ma che aveva
messo lì ugualmente. C'erano persino delle poesie cinesi
con testo a fronte.

Era diventato quello che voleva, Il Dottore Con Le Poesie Nella
Sala d'Attesa.

Si era aspettato un'iniziale perplessità e diffidenza, come
per tutte le cose nuove, ma si attendeva anche una serie di ringraziamenti
e riconoscimenti da quella classe medio alta a cui lui stesso riteneva
appartenere. E naturalmente sperava di impressionare e affascinare
pazienti giovani e colte.

Quando aveva aperto lo studio cambiava ancora giorno per giorno
l'offerta poetica secondo il suo umore e per trovare qualcosa che
facesse scattare la molla in qualche paziente, ma ben presto aveva
ridotto la frequenza del cambio libri a settimanale. Ora era arrivato
a sperare che glieli rubassero, quei libri, ma per lo più
la gente si limitava a sfogliarli svogliatamente o si preveniva
andando a comprare alla vicina edicola una di quelle riviste patinate
che ci si aspetta di trovare nella sala d'attesa di un medico di
base.

Le poesie nell'atrio erano state una sua piccola ossessione per
tutta l'università e, anche se gli riusciva difficile ammetterlo,
a volte una delle poche ragioni per cui aveva continuato a studiare.
Ma non era per tentare di alleviare quella sensazione di non-luogo
della sala d'attesa, dove persone, già di per sé pazienti
sono destinate, già dal nome del non-luogo, ad aspettare.
Non era solo per una curiosità sociologica, per filantropia
o anticonformismo che era giunto a quella decisione. Il tutto risaliva
ad un'afosa giornata della sua adolescenza.


I lunghi e solitari pomeriggi delle vacanze estive passati girando
per le campagne in bicicletta gli avevano provocato un'infiammazione
inguinale. Così quel particolare pomeriggio anziché
sul sellino della sua bicicletta sedeva sugli altrettanto scomodi
sedili di plastica della sala d'attesa del dottore del suo piccolo
paese.

Aveva bofonchiato un saluto alle tre vecchiette e al sudatissimo
obeso con la polo giallognola aperta sul petto villoso seduti in
ordine sparso quando era entrato dalla porta tenuta aperta per il
caldo.

Si era seduto nel posto più equidistante da tutti e aveva
accuratamente evitato di chiedere 'chi è l'ultimo?'. Primo
perché voleva evitare ogni pericoloso spunto per avviare
una di quelle terribili conversazioni tra sconosciuti costretti
a condividere un luogo chiuso, e soprattutto perché la riteneva
la domanda più stupida che si potesse fare. L'ultimo era
la stessa persona che faceva la domanda. Anche se comprendeva il
vero senso della domanda, credeva molto nella grammatica e nella
logica e ogni volta che sentiva quella domanda avrebbe voluto rispondere
'mi sembra ovvio, visto che lei è appena entrato'. Ma dubitava
qualcuno potesse capirlo davvero. Bastava un minimo d'attenzione
e si poteva evitare quella domanda stupida, lui ad esempio contava
le persone.

Stancatosi di guardare le tre vecchine intabarrate nonostante la
stagione e di fissare gli incredibili aloni sulla maglietta ormai
bicolore del grassone afferrò a caso una delle riviste sparse
sul tavolino.

Nel breve tragitto tra casa e lo studio del medico aveva fantasticato
di incontrare in sala d'aspetto qualche ragazza un po' discinta
per il caldo a cui poter guardare un po' le gambe o la scollatura,
magari iniziare uno scambio di sguardi e …

Iniziò a sfogliare una rivista patinata sui vip mentre la
porta del medico si apriva a nuovi pazienti con intervalli che sembravano
interminabili, scanditi solo dall'ansimare del ciccione e dal bisbigliare
delle vecchie.

Quando la seconda vecchia era dentro da un pezzo e lui era già
alla seconda rivistaccia una voce femminile disse le paroline magiche
'chi è l'ultimo?'. Alzò la testa di scatto, disposto
a perdonare solo se si fosse trattato della giovane discinta di
cui aveva fantasticato prima. Restò deluso quando vide una
donnina sui cinquanta, ma riuscì a biascicare solo un 'sono
io' e un mezzo sorriso anziché iniziare la filippica sull'inopportunità
e la mendacità grammaticale della domanda.

Si rituffò ancora con più vigore fra le pagine della
sua rivista.

Non la stava veramente guardando, sfogliava le pagine meccanicamente
ad un ritmo cadenzato, come per scandire il tempo. Gli sembrava
che se avesse smesso di girare le pagine il tempo si sarebbe fermato
e lui costretto ad aspettare la fine del mondo in quella saletta,
peraltro in pessima compagnia. Intravedeva nomi e facce vagamente
note ma non si soffermava a leggere né la sua mente riusciva
davvero a staccarsi da quelle pagine lucide e quelle foto a grana
grossa. I suoi pensieri ondeggiavano informi nell'aria appiccicosa
di quella stanza.

D'improvviso si bloccò. Il tempo non si fermò, ma
la signora sui cinquanta alzò di colpo la testa e lo guardò,
come per accusarlo, come se fosse stato il suo dovere continuare
a sfogliare le riviste.

Anche lui, alzando la testa e intravedendo la signora si sentì
un po' in colpa. Un angolo del suo cervello notò che essendo
la signora l'unica presente nella sala d'aspetto il prossimo sarebbe
stato il suo turno.

Era stupenda. Era solo la pubblicità di un costume da bagno
bianco che quasi nessuno avrebbe comprato perché già
da asciutto lasciava intuire molto più di una tanto stretta
maglietta fina. Era solo una tra le tante stragnocche smutandate
delle pubblicità, ma era diversa.

I suoi occhi non riuscivano a distaccarsi da quella ragazza sdraiata
sulla sabbia, il costume di cotone bianco e i capelli corti scuri
spettinati ad arte da un parrucchiere.

C'erano un po' di granelli di sabbia sulla scollatura, i capezzoli
premevano lievemente sul costume, sotto si intravedevano le areole
e più in basso i peli pubici, forse anch'essi spettinati
ad arte da un parrucchiere.

Sotto quei occhi dal colore strano, forse grigio, c'era uno splendido
sorriso. A differenza di tutte le altre questa non voleva essere
né falsamente provocante né falsamente innocente,
sorrideva. E lo faceva di gusto. Si stupì ad accorgersi che
quel sorriso lo attirava molto di più delle trasparenze su
di quel bellissimo corpo. Non sapeva che quell'immagine avrebbe
pesantemente condizionato il suo ideale di donna, ma sapeva di certo
che quella foto avrebbe pesato per molto tempo sulle sue masturbazioni
future.

Voleva strappare la pagina. Guardandosi attorno circospetto vide
la porta aperta e la voce del medico che chiamava il prossimo.

Si alzò, appoggiando sul tavolino la rivista aperta come
per tenere il segno, e si ritrovò ad avvicinarsi alla porta
dello studio con un'enorme erezione compressa tra gli slip e i jeans.
Distrattamente ringraziò la sua abitudine di non indossare
boxer e pantaloncini.

Mentre aveva inserito il pilota automatico per il discorso che
si era preparato per il medico sulla sua infiammazione e sulle sue
possibili cause tentava di pensare alle cose meno eccitanti, come
il suo compagno di scuola obeso che si masturbava d'estate nudo
sul divano guardando il motomondiale, ma quel sorriso e quel corpo
gli restavano addosso, come quando si guarda il sole e se ne vedono
i riflessi anche a occhi chiusi. E soprattutto l'erezione non accennava
a sgonfiarsi.

-Spogliati. La parola del medico lo zittì nel suo vano temporeggiare
con le parole. Si avvicinò al lettino come al patibolo e
si calò i pantaloni velocemente, sdraiandosi subito dopo
tentando di nascondere il rigonfiamento.

Il medico si era avvicinato, aveva inforcato gli occhiali da vista
e si stava avvicinando all'inguine quando all'improvviso sgranò
gli occhi.

Sentì una vampata di vergogna e calore salirgli dallo stomaco
ai capelli, fino a depositarsi alla base della nuca.

Ad aggravare il tutto, oltre all'escrescenza che gli pareva mostruosa,
sulle mutande c'era anche una macchia umidiccia di dubbia provenienza.

Si guardarono senza che nessuno dei due riuscisse a dire nulla,
il medico si limitò a scuotere la testa.


Si era alzato ad accendere di nuovo il ventilatore, più
per fare qualcosa che altro. Prese anche a camminare per lo studio
per non stare troppo appoggiato a quella poltrona di cuoio nero
che faceva tanto medico ma che d'estate poteva essere spacciata
per una di quelle tute di domopack che spacciavano che in televisione
per dimagranti. Doveva ricordarsi di proporre alla rivista un articolo
sull'argomento, facendo magari capire che sudare non vuol dire dimagrire.

-Buongiorno. Aveva estratto una penna del camice ed era di spalle,
chinato sulla scrivania a buttare giù le prime righe su un
blocco con la pubblicità di un farmaco per la psoriasi. Sobbalzò
e si sforzò di sorridere mentre si girava verso l'uomo ansimante
che aveva pronunciato quelle parole e che ora sembrava in bilico
sulla porta lasciata aperta per il caldo.

-Buongiorno, si accomodi.

Indossava una camicia azzurra a maniche corte, quando il ventilatore
gli buttò aria sulla schiena fu percorso da un brivido quasi
eccessivo.

Ecco, adesso glielo spengo. Andandogli alle spalle si accorse che
la camicia sulla schiena era ormai blu scuro tanto era intrisa di
sudore, evidentemente era venuto in macchina. L'alone si spandeva
abbondantemente anche sotto le ascelle.

Grazie, credevo stesse per chiudere. Ho fatto le scale di corsa,
poi oggi fa davvero un caldo bestia.

Eh già. Commentò distrattamente, si mise dietro la
scrivania e ci appoggiò i pugni sopra per ribadire la sua
posizione e a frapporre uno scudo ad un'indesiderata logorrea.

…mentre ho poi visto che è il martedì che lei
chiude prima.

Chiuda pure la porta.

-Vede, dottore, mi è venuta una bruttissima macchia sulla
coscia, credo sia un eczema.

-Ci sono anche delle vescichette su questa macchia?

-Mmh, no.

-Allora non è un eczema. Si metta pure sul lettino, così
vediamo di capire che cos'è.

Si girò di spalle per calarsi i pantaloni, come se pensasse
che non vedendolo il medico non avrebbe visto lui. Il sudore gli
aveva disegnato una sorta di onda grigia sulle mutande bianche.
Si issò in fretta sul lettino ed il medicò infilò
gli occhiali per esaminare meglio la coscia del paziente.

Non la vide nemmeno la macchia, almeno non subito. Il cotone delle
mutande era teso da una grossa erezione. Si bloccò, ma non
riuscì a guardare l'uomo in faccia.

Non disse nulla, si limitò a scuotere la testa.


di: A.MA.

Articolo inserito il: 2001-12-03



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