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FRUTTAMARA

Perché odio la frutta

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Vissuto Storie > Perché odio la frutta, primo motivo:

IL FRUTTO NON ANCORA LAVATO

Ricordo mele sparpagliate a caso, all'incrocio in fondo alla via.
In un pomeriggio nebbioso e umido. Come l'asfalto al quale aderiva,
confondendosi, una macchia scura di sangue. Le mele erano schizzate
fuori da una logora borsa per la spesa, verdina mi pare, di plastica
dura. La stessa borsa che pochi secondi prima aveva dondolato come
un'altalena appesa per caso al metallo del manubrio. Molto vicino
al campanello, direi. Sulla bici, per circa trenta secondi, si era
adagiato morbidamente un peso di ottantacinque chili. Come in Amarcord
di Fellini. Una massa sostanzialmente informe e compatta, ad eccezione
del fazzoletto di lana variopinta che proteggeva invano l'estremità
superiore. Intendo la testa della mia anziana vicina di casa, vista
alla moviola negli ultimi istanti di vita.

Fui uno dei primi a passare dopo l'incidente, mentre la nebbia,
lentamente, si diradava. Mi infastidì il tronco robusto ed
eretto della pettegola del bar, piantato sul marciapiede. Snocciolava
rapida ai ficcanaso una succosa ricostruzione dei fatti. Aveva colto
la scena da dietro il bancone, mentre affettava una banana per la
macedonia. La vecchia delle mele non aveva frenato in tempo. E dire
che la faceva tutti i giorni quella strada. Spremuto all'improvviso,
il freno si era sbucciato schizzando nell'aria come un debole germoglio
in balia del vento (la pettegola del bar era famosa per le sue parole
mature e figurate). Figurarsi. Sulla strada maestra passava una
macchina grossa che andava a scheggia e il ciocco era stato inevitabile:
la vecchia delle mele era finita schiacciata sotto la macchina grossa,
ma proprio sotto, e tutta quella bella frutta era rotolata sull'asfalto.
Buona da niente.

Detesto i particolari. La pettegola del bar. Quelli che poi dicono
i freni bisogna farli controllare, è facile che si sbuccino.
Le foto sui giornali il giorno dopo, gli articoli col nome della
vecchia delle mele sbagliato. La gente matura che ne parla al bar,
mentre mangia la macedonia. Quelli che vanno al funerale per scattare
le foto e chiedono scusa ai parenti, è solo il marcio del
loro lavoro. Le macchine grosse che vanno a scheggia, filano agli
ottanta in strade di città dove in estate due, tre bambini
al giorno attraversano rincorrendo una palla colorata. Odio.

Perché odio la frutta, secondo motivo:

IL PARASSITA CHE SPORCA LA BUCCIA

Ricordo una mezza pera già ripulita di buccia e semi, pronta
da masticare. Risaltava sul verde delle mattonelle della cucina.
Avevamo appena finito di pranzare, mi ero offerto di portare gli
avanzi ai gatti e stavo rientrando in casa. La pera era scivolata
dalle dita di nonna, ricoprendole di succo e ammaccandosi contro
il pavimento. L'altra metà riposava ancora nel piatto. Negli
istanti precedenti nonna aveva inciso la pera col coltello, perfettamente
a metà, mentre guardava il telegiornale. Prima avevamo parlato
di una lontana parente che non si faceva sentire da un pezzo.

Dissero che era stato un ictus, questa patologia che mi sembrava
solo una parola latina da declinare e che ancora oggi associo all'immagine
di una pera. Ci spiegarono nei dettagli quello che era successo
all'interno dell'organismo della vittima, i dottori consideravano
professionale quest'espressione, ma per fortuna nonna riuscì
a cavarsela.

Non sopporto le cose improvvise che sconvolgono gli equilibri di
una vita. Le dita che ad un tratto si rifiutano di stringere una
mezza pera, di compiere un movimento qualunque e rimangono paralizzate.
Gli eventi che si imprimono nella mente in modo distorto. Le ammaccature
nella polpa di quella pera. Odio, odio.

Perché odio la frutta, terzo motivo:

LA BUCCIA PRONTA DA TOGLIERE

Mi dà la nausea l'aroma del frutto della passione. Ricordo
come si spandeva nell'abitacolo della tua Golf. Mi piaceva, quando
mi davi un passaggio. Aveva qualcosa di esotico, entrava in circolo
assieme all'aria del condizionatore. Adesso non lo digerisco. Perché
immagino l'arbre magique che continuava a dondolare, anche dopo
che tu sei rimasto immobile. Apparentemente addormentato sul volante,
in una notte di cui non voglio ricordare la data. Qualche istante
prima era l'arbre magique ad essere pressoché immobile, mentre
tu chiudevi gli occhi e la Golf correva verso un platano a velocità
vertiginosa. Se riavvolgo altri frammenti di tempo ci sei tu che
canti sottovoce una canzone da discoteca. La musica che improvvisamente
finisce e un'irreale sensazione di sonno. E se torno indietro di
qualche chilometro, al bar della stazione, ci sono io che scendo
dalla tua Golf e ti ringrazio del passaggio, urlandoti Buon Natale.
Era da un po' che non ci vedevamo, amico.

Vorrei menare a sangue quelli che hanno detto che ti sei suicidato,
e potevi farlo anche in un altro modo. Quelli che vendono le cassette
di musica marce. Quel melone vuoto di Mussolini, che ha fatto piantare
migliaia di ombrosi platani ai bordi delle strade. Odio, odio, odio.

Parentesi cinico-malinconica:

"Walking across the town" (LA POLPA)

Ci sono giorni che ogni cosa mi sembra stupida o volgare. Il viavai
dei passanti che continua sempre uguale a se stesso. Le assurde
manie dei vecchi e tu che sei già stato sepolto prima di
appassire. Il ricordo del tuo viso sulla celluloide: aspro e parassita
come in tutte le foto confezionate per la patente o per la carta
d'identità.

Ci sono giorni che la città mi sembra un grande alveare,
dove migliaia di piccoli insetti si ostinano a impollinare il fiore
della vita per ottenere succosi frutti che si chiamano conto in
banca, immagine e successo. Oppure un formicaio dove ogni insetto
corre contro il tempo per accumulare cibo e indumenti. Stagione
dopo stagione, nei cunicoli delle nostre insignificanti certezze,
della nostra felicità costantemente acerba.

IL NOCCIOLO di tutto

Quando passo davanti a un fruttivendolo mi viene da vomitare. E'
un mestiere che non potrei mai fare, come il becchino. La frutta
è la morte, specialmente quella molto matura. Le tipe che
lavorano con me succhiano fettine di mandarino per ore. Ininterrottamente.
Sanguisughe a caccia di microgrammi di vitamine che poi non riescono
a far fruttare. Certi giorni hanno la faccia arancione di un agrume
semi-decomposto. La tipa slavata della scrivania di fianco addenta
tutte le mattine una grossa mela verde. Alle dieci e trentasette
precise. Ingoia senza fastidio la buccia imbottita di antiparassitari.
Macera la polpa con le movenze di un caterpillar che sprofonda le
sue fauci meccaniche nella sabbia di una baia. Una volta le è
rimasto un coriandolo di buccia appiccicato alle labbra: sono corso
in bagno piegato in due, tenendomi lo stomaco.

Un giorno mi farò ipnotizzare. Forse in mezzo alle bancarelle
di frutta e verdura del mercato, tra i colori e i profumi della
gente che sa cogliere le speranze. E' una fobia inutile la mia.
La frutta non ha colpe e di per sé non è troppo disgustosa.
Forse dovrei partire da qualche compromesso, tipo le noci o l'uva
passa. O forse dal pomodoro e dalla zucca. Sarebbe inutile, non
potrò mai sciogliermi il palato fagocitando kaki, banane
e datteri. Vitamine e zuccheri li lascio alle mie colleghe succhiatutto.
Lo prendo io il frutto amaro di Venditti, il sugo nero della vita.
Offrimi un carciofo, il mio regno per un carciofo…

Il nocciolo di tutto è che mi manchi, manchi a tutti noi.
Se torni, laverò via le mie paure e la prossima estate andremo
assieme a raccogliere pesche e albicocche, a vendemmiare, mangiare
il cocomero la sera. E andremo a bere al bar della stazione, cocktail
variopinti ai frutti esotici, ma solo analcolici, perché
dopo devi guidare…


di: MAGU

Articolo inserito il: 2001-12-03



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