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HARALD E IL GHIACCIO

Ovvero cosa fa un bambino norvegese

, .    

Vissuto Storie > È successo più o meno quando ho imparato a giocare
a scacchi. Avevo compiuto da poco nove anni, già allora gli
scacchi mi iniziavano a sembrare una specie di specchio della vita.
È solo molti anni dopo che elaborai la frase "vedo gli
scacchi come metafora della vita", ma già allora iniziavo
a pensarci. Oggi vedo gli scacchi come metafora della vita, soprattutto
perché non sono mai stato un buon giocatore.

Quel pomeriggio la fattoria era deserta. I miei erano andati a Trondheim
a fare spese e si erano portati dietro anche il mio fratellino,
che tanto mi era già venuto a noia come compagno di scacchi.
Non era la prima volta che mi lasciavano a casa da solo per qualche
ora, avevano visto che non facevo nulla di male (o se lo facevo,
riuscivo a nasconderlo molto bene) e ormai si fidavano.

Guardavo fuori dalla finestra. Era una giornata senza nuvole, il
sole che presto sarebbe tramontato rendeva quasi insopportabile
la vista della neve che sembrava distendersi all'infinito, per impennarsi
all'improvviso nelle montagne che all'orizzonte sfumavano nel cielo
terso. Anche il rosso della fattoria dei vicini aveva quel colore
così intenso e vivo, quasi da far male, che solo le gelide
e assolate giornate d'inverno riescono a dare.

Nel cortile quasi tutto era sepolto dalla neve. Si intravedeva l'impalcatura
di metallo dove mia madre stendeva i panni d'estate, le catene della
mia altalena. L'asta su cui issavamo la bandiera durante le feste
si poteva solo intuire, bianca sul fondo bianco, la sua presenza
era assicurata dall'irregolare battito della corda sul palo di metallo
cavo, che spinta dal debole vento produceva quall'inconfondibile
suono, l'unico a spezzare il silenzio del primo pomeriggio.

La neve ghiacciata scricchiolava sotto i miei piedi e la poca umidità
dell'aria era intrappolata dal gelo in piccolissime particelle di
ghiaccio che riflettevano i raggi del sole d'inverno. Ci avevo messo
un po' a trovare giacca, guanti, sciarpa e scarponi; non erano al
solito posto, come se mia madre li avesse nascosti perché
temeva io potessi uscire durante la loro assenza.

Una volta mio padre si era raccomandato di non leccare mai il metallo
ghiacciato. Io al momento ero stato zitto e avevo annuito, anche
perché non mi era mai passato per la testa di leccare un
qualsivoglia metallo a qualunque temperatura.

Qualche giorno più tardi, affogato tra i mille perché
che a quell'età si chiedono ai genitori, volli approfondire
la questione delle lingue sul metallo ghiacciato. Mio padre rispose
laconico che si rimaneva attaccati, e ci si poteva liberare solo
con dell'acqua calda che scioglieva il ghiaccio e scaldava il metallo.
Per convincermi a non farlo mai aggiunse che spesso si trovavano
animali assiderati con la lingua ancora attaccata ai pali delle
funivie o a volte, quando l'istinto di sopravvivenza vinceva, si
vedevano solo le lingue strappate che restavano attaccate come un
sanguinolento chewing gum ai traliccio dell'alta tensione.

Io mi ero convinto che con un po' di umano ingegno e mantenendo
la calma si poteva tranquillamente liberarsi da quella situazione
senza nessun danno. Sarebbe bastato alitare sul palo e nel frattempo
strofinare con le mani per far sì che il ghiaccio si sciogliesse.
Ero talmente convinto della mia teoria che non mi portai dietro
nessuna bottiglia d'acqua nel caso di una smentita empirica.

Scelsi l'asta della bandiera. Non esitai nella scelta, lo stenditoio
era troppo prosaico e la mia altalena troppo sentimentale.

La sensazione era di un freddo bollente sulla lingua. Mi accorsi
subito che il mio fiato invece di sciogliere, contribuiva a formare
un sempre più spesso tra la lingua e il palo. Non mi feci
subito prendere dal panico, iniziai a strofinare coi guanti. Visto
da fuori, quel mio gesto onanistico su di un chiaro simbolo fallico
come l'asta di una bandiera poteva essere ritenuto offensivo per
la mia patria, anche se fortunatamente non c'era nessuna bandiera
a sventolare sul pennone quel giorno.

Ma non era ciò a cui pensavo. Vedevo la mia sconfitta sempre
più chiaramente, mi rendevo conto della falsa superiorità
dell'uomo sull'animale, ma soprattutto sentivo il freddo salirmi
dai piedi e infilarsi fra le pieghe della sciarpa annodata maldestramente.

Non durò più di qualche minuto, ma già immaginavo
la mia vita futura senza lingua, di come una volta strappata sarebbe
stata lì a guardarmi e sbeffeggiarmi come sulla copertina
del disco di quel gruppo che tanto piaceva a mio padre. Se non altro
l'essere muto mi avrebbe risparmiato l'umiliazione di raccontare
le circostanza della perdita della mia lingua.

Il vicino però era stato avvisato di tenermi d'occhio nel
caso fossi uscito durante l'assenza dei miei genitori. Non mi accorsi
quando l'acqua calda mi staccò la lingua dal palo e rimasi
per molte ore con l'impressione di avere qualcosa di estraneo infilato
in bocca. Il senso di colpa mi fece accettare senza riserve le noiosissime
trasferte a Trondheim per fare la spesa, sul sedile posteriore a
giocare insulse partite con mio fratello sulla scacchiera magnetica


di: A.MA.

Articolo inserito il: 2001-12-03



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