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ASILO S.GIUSEPPE

L’Asilo come Scuola di Vita, tutto quello che una breve esperienza infantile può insegnarvi

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tutto quello che una breve esperienza infantile può insegnarvi

L’asilo è un’istituzione. Rappresenta il primo
contatto con il mondo degli adulti, luogo di socializzazione fondamentale
per ogni piccolo essere destinato a diventare un membro permanente,
produttore e consumatore, di ogni società che si rispetti.
All’asilo tutti sono uguali.

All’asilo sono tutti uguali?

In realtà l’asilo prevede, classifica, organizza e
plasma molto di più di quello che possa sembrare la società
futura.

All’asilo io ci sono andato quand’ero molto giovane,
mi ci accompagnò mia bisnonna e piansi tutto il primo giorno.
Però conservo molti bei ricordi dell’asilo, il Cremino
di merenda, le suore coi baffi e una collezione di mutande da bambino
che servivano da ricambio a chi si cagava addosso, una prassi quotidiana
del luogo, probabilmente a causa dei finocchi bolliti serviti in
mensa.

All’asilo le classi erano divise in base a dei colori, in
modo da non creare inutili gerarchie e non confondere i giovanissimi
ospiti con le lettere di un alfabeto che gli sarebbe stato insegnato
solo alle scuole elementari. Nell’asilo S.Giuseppe c’erano
molte classi.

Innanzitutto i Rossi. Anticonformisti per eccellenza. Invitavano
i cuochi della mensa a sedere con loro, non rispettavano alcuna
gerarchia e non portavano rispetto nemmeno allla madre superiore,
Suor Delia. Erano dei tipi tosti i Rossi. Alcuni avevano già
un principio di barba. Una volta organizzarono un picchetto rivendicando
uno stipendio superiore per i bidelli, semplici laici afflitti da
una varietà di difetti fisici difficilmente descrivibile.
Mi ricordo solo di “Punto e virgola” un bidello con
una gamba rigida ed un’altra floscia che camminando sembrava
volesse marcare sul terreno i due segni che gli avevano valso quel
soprannome. Fatto sta che i Rossi erano dei casinari. In fondo gente
simpatica, che poi ho spesso ritrovato a cuocere costine alle Feste
dell’Unità dei paesi limitrofi, sempre convinti delle
loro idee.

Poi c’erano i Gialli, tipi incomprensibili. Gente che mangiava
pesce crudo e dormiva per terra. Bassi di statura ed astuti, nessuno
di loro possedeva un giocattolo originale, bensì delle copie
identiche all’originale fabbricate dai loro parenti in bui
scantinati del quartiere vietnamita del paese.

I Gialli imitavano tutto. All’ora di ricreazione facevano
strane cerimonie nelle quali bevevano un sacco di the. L’assunzione
di theina in quantità sproporzionate,soprattutto per un bambino,
era il motivo per cui i Gialli dormivano poco. Nessuno sa cosa facessero
mentre gli altri si appisolavano beati sulle brandine nel sottotetto.
Ma il sottoscritto, sempre alla ricerca di mutande da bambino nuove
per la sua collezione (non mi sono mai abituato a mangiare finocchi
bolliti) può giurare di aver visto i Gialli comprare in valuta
straniera l’edificio del S. Giuseppe direttamente da Suor
Delia.

Oggi il S. Giuseppe è una fabbrica di Tamagochi e la maggior
parte della cittadina si chiede ancora il perché.

Chi non si fregava punto dei soldi erano i Fiori. Sempre allegri
loro. Le loro disinibite bambine erano l’oggetto del desiderio
di tutti gli altri colori. Le loro divise erano variopinte e nell’ora
di ricreazione preferivano il giardinaggio alla consueta partita
a pallone nel fango secco. Sembravano interessati n particolare
a quella pianta dalle foglie stelliformi che Suor Delia custodiva
nel suo giardino privato e che la leggenda vuole usasse persino
fumare. Una volta, con l’aiuto dei Rossi, abbatterono lo steccato
e decisero di vivere lì, tutti insieme. L’esperimento
finì con il primo acquazzone autunnale. Personalmente invidio
i Fiori, semplici, appassionati della natura e con i capelli lunghi.
Alcuni si sono dati al giardinaggio, altri vendono incensi nei mercati,
altri hanno tradito la tribù e fanno combutta con i Gialli.

Chi mi faceva pena erano invece i Marroni. Tristi e solitari, la
loro classe veniva spesso associata all’elemento dal quale
ogni individuo cerca di disfarsi andando al cesso. I Marroni erano
come Don Chisciotte, convinti di rappresentare il Cioccolato o perlomeno
il Castagnaccio erano invece il bersaglio preferito di tutte le
altri classi. Non ho conosciuto un solo bambino Marrone felice.
Personalmente, avendo un rapporto privilegiato con l’elemento
a cui i Marroni venivano associati, sostenuto dal finocchio bollito,
provavo una profonda solidarietà per quei poveri bimbi sfigati.
Anche se non ne ho mai avuto la conferma sono convinto che le mutande
della mia collezione fossero lavate da loro in oscuri Laboratori
dell’Espiazione sotto la direzione di Suor Dalgisa, la più
baffuta di tutte.

I più eccentrici erano i Pois o Puà, nel gergo del
S. Giuseppe e sul pannello dipinto dalle Suore, evidentemente prive
dei rudimenti base della lingua francese. Con quella divisa bianca
a macchie rosse, erano i veri artisti della cricca. Ai miei occhi
più simili alla Pimpa che a dei bambini anche loro si sottraevano
alla consueta partita nel fango secco per “creare”.
Mi ricordo ancora quando il sindaco del paese, per giustificare
certe sue entrate secondarie nel bilancio presentato alla giunta
comunale giustificò il fatto con una donazione all’asilo
ecclesiale del paese. I vecchi tubi per lo scolo che tuttora ornano
il giardino del S. Giuseppe rappresentano il frutto di tale generosità.
Furono i Puà a decidere di decorarli, trasformando così
un condotto per il risultato della metabolizzazione dei finocchi
bolliti in uno stupendo treno spaziale da fare invidia a quello
di Capitan Harlock. Sono tuttora grato a loro per quella metamorfosi
così riuscita: le ore passate all’interno dei tubi
restano tra i migliori ricordi della mia infanzia.

Chi non sopportavo invece erano gli Azzurri. Spocchiosi e boriosi
fino al limite, corteggiavano Suor Delia da una parte e dall’altra
facevano comunella persino con i Neri, veri reietti dell’asilo.
Durante la ricreazione preferivano la compagnia del televisore,
disponibile solo nelle loro classi, a quella degli altri compagni.
Ed erano pure dei piagnoni, pronti ad accusare i Rossi di ogni malvagità
compiuta nell’asilo. Ma gli Azzurri erano gli unici disponibili
a giocare con noi a pallone nel fango secco. Non che lo facessero
loro direttamente, in loro rappresentanza schieravano un’assortimento
di bambini brasiliani ed ucraini stipendiati ad uopo. Le scoppole
subite erano inevitabili ed il sentimento che gli Azzurri fossero
fondamentalmente antisportivi non mi ha mai abbandonato negli anni
a seguire. Tuttora nel mio paese vi sono numerosi rappresentanti
dell’odiosa classe degli Azzurri e persino il loro Leader
si è installato a vivere qui.

Per quanto mi riguarda io appartenevo ai Verdi. Gente buona che
a merenda mangiava barrette di sesamo al posto del Cremino industriale
servito agli altri pargoli. Il problema del sesamo è che
ti si appiccica al palato, costringendoti per una buona mezzora
ad un meticoloso lavoro di lingua che non contribuisce certo a rendere
la tua espressione facciale intelligiente ed interessante. I Verdi
erano anche quelli che aiutavano la bidella “Mozzarella”
(era Campana) a raccogliere l’insalata matta nel giardino
e che si incazzavano veramente solo quando vedevano qualcuno cogliere
le margherite nel prato.

A distanza di anni riconosco ancora i crediti formativi della mia
frequentazione dell’asilo S. Giuseppe, una vera scuola di
vita che mi arricchito di utili insegnamenti sulla gente del mio
paese, nonché di un’impressionante collezione di mutande
da bambino degli anni ’70.


di: DHARMABOY

Articolo inserito il: 2001-12-03



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