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IL BAR TIROLESE E IL TUNISIAN SHOP SHOP SHOW

Due racconti dall'Africa mediterranea

, .    

Vissuto Storie > C'era una volta un bar.

Ci andavano davvero molte persone. Soprattutto finito il lavoro.
Un posto di amici. Di ore liete. Di cin cin che facevano titillare
i cristalli dei bicchieri. Era sempre festa in quel bar.

Poi fu il giorno del brutto giorno.

Uno di quelli dove accade qualcosa di terribile. Qualcosa che fa
girare le cose in aceto, e tutti smettono di andarci. Di frequentarlo.
E si scordano degli amici. Si dimenticano delle conoscenze fatte
a bordo bancone. Ordinando un bicchiere dietro l'altro. Una battuta
dietro l'altra. Una serata dietro l'altra. Non ci fu un motivo vero
e proprio per quell'inversione di tendenza. Era semplicemente cambiata
la moda. Il vino, come si dice, era girato in aceto. Secoli prima
l'acqua era cambiata in vino, e non aveva suscitato tanto disgusto.
Quella è Storia. Ma questa è tutta un'altra storia.
Si ignorò a lungo perché gli amici si persero di vista.
Qualcuno, nella foga del perdersi di vista, perse perfino la vita.
Gli incidenti sono sempre questione di dettagli, sfumature, inversioni
e doppi sensi di marcia contromano. Qualcuno uscì troppo
brillo dal bar, e fu investito da un'auto. Il veicolo non si fermò
per soccorrere l'incidentato. Sull'auto c'erano gli amici di bevuta.
Tutti e quattro gli amiconi.


Erano quattro amici al bar

uno è finito sul tavolo da stiro


Canta il poeta a cui è stata ritirata la patente, dopo aver
completato una raccolta punti promossa dal Ministero dei Trasporti.
Ognuno di loro aveva preteso di ruotare il volante dalla propria
parte. Il risultato di quella complicata manovra si era materializzato
ben presto davanti ai loro occhi, annebbiati da troppi boccali di
birra e vodka lemon.

In effetti, avevano inforcato i boccali proprio come occhiali. Dopo
l'incidente, il bar rimase vuoto come quei boccali svuotati dell'ultimo
goccio di liquore. Silenzioso e vacuo. In apparenza molto più
grande di quando ci andavano gli amici di bevuta. Si sentivano titillare
i bicchieri solo al passaggio della metropolitana lì sotto.
Per il resto il bar se ne stava zitto. Poltriva e s'ingolfava di
polvere nelle tubature della birra alla spina.


Finché ci fu il giorno della rivincita. La possibile rivalsa
del bar. ma quello fu un altro brutto giorno.

L'intera mobilia fu acquistata da un omone alto alto. Che portò
via a spalle sedie e sgabelli. Bottiglie e bicchieri. Tavoli e posacenere.
Inaugurò un nuovo bar. Le cose andarono male anche nel nuovo
locale. Il vino girava in aceto anche lì. Proprio come era
accaduto in passato.

-Ma come,- si disse l'omone -ho portato via i tavoli, le bottiglie
e il bancone, ma ancora il vino gira in aceto?-. L'omone alto alto
abbandonò il locale. Aprì una pescheria che ebbe molto
successo e guadagnò un'esagerazione.


E il bar?

Che fine fece il bar?


Beh, il bar aveva preso ormai da tempo un'importante decisione.
Non avrebbe più servito un goccio di alcol in vita sua. Per
questo motivo cambiava il vino in aceto. Aveva scoperto che aumentando
l'acidità del legno del bancone poteva causare quella trasmutazione.
Ma nessuna aveva gridato al miracolo. Semmai avevano imprecato e
bestemmiato il nome del Signore. Ma non c'era stato nessuno che
aveva ravvisato in quella situazione una buona azione. Il bar era
veramente stufo! Aveva ascoltato troppe sciocchezze (ed è
un eufemismo questo) in tutti quegli anni. C'erano state le barzellette
sconce. Le promesse che duravano lo spazio di una notte. Le bicchierate
e le manate sulla sua gobba legnosa. Le cicche di sigaretta e il
fumoso camino che lo avevano brunito tutto quanto.

Anni passati in quel modo. Era esasperato. Stanco. Demotivato. Non
si sentiva più di avere una missione nella vita. Ed era venuto
il giorno del brutto giorno. E quello, per lui, era stato un bel
giorno. Aveva capito che poteva ancora cambiare qualcosa. Che poteva
ancora avere una missione nella vita. Un bar per persone gentili
e garbate. Non gente sguaiata, ridanciana e. ammalata di alcol.
Eh sì, alla fine quella parola l'aveva pronunciata. Aveva
avuto il coraggio di dirla. Aveva sempre avuto a che fare con persone
alterate. Tizi che da una certa ora in poi non sapevano più
cosa dicevano. E fatto ancor più allarmante: cosa facevano.


Il giorno del brutto giorno una gioia immensa lo invase. Sentì
dire che sarebbe "stato giusto buono per un villaggio in Tunisia".
L'uomo alto alto non ci pensò né uno né mezzo.
E lo cedette per 2 euro e mezzo. -Tunisia,- pensò il bar
gioioso -lì sono musulmani. Lì non si ubriacano. Lì
non bevono alcolici-. E non stava più nel legno dalla gioia.
Non vedeva l'ora di arrivare in Tunisia. Nuova casa. Nuova sistemazione.
Si cambia vita insomma! Un albergo a Monastir entrò in possesso
del più bel bar che si fosse mai visto in Tunisia. Un bar,
a dire il vero, un po' particolare. Stile un po' fuori luogo. Fuori
regione. Fuori nazione. Eh si, non era un bar come tutti gli altri.
Lui era un bar tirolese. Legno solido. Qualche testa di capriolo
impagliata alle pareti, gran boccali di birra in terracotta e in
vetro. Bicchierini da grappa e scodelle di legno per la zuppa delle
tre del mattino. Intarsi lungo il bancone e sulle gambe delle sedie.
Nel suo genere era un gran bel bar. Però è un fatto.
Oggi chiunque si sieda per qualche tempo nel bar tirolese laggiù
in Tunisia, si sente spaesato. Sarà l'arredamento. Saranno
le teste impagliate di camosci e caprioli. Sta di fatto che dopo
aver sorseggiato una tazza di caffè o tea ci si sente strani.
La stessa cosa accade se si ordina una birra piccola. E non perché

se ne sia bevuta troppa. Se fosse stata una bionda media, infatti,
avrebbe avuto un retrogusto d'aceto. Sarà che il Tirolo e
la Tunisia moresca sono così differenti, che una volta usciti
dal bar non si capisce più dove si è. Però
è anche vero che Tirolo e Tunisia iniziano con la lettera
T.

Qualcosa dovrà pur significare.


Akyro


Settembre 2003


 


IL TUNISIAN SHOP SHOP SHOW


Il copione a Monastir in Tunisia lo imparano da ragazzi. Poi lo
mettono in pratica per il resto della vita.

Il turista è il tuo uomo. Il turista ha soldi. Il turista
se ne va in giro perché può. Tu sei costretto nella
tua bottega, per tutto l'anno. Lui osserva e passa.

Ma prima che vada via, il turista ti deve lasciare qualche cosa.
L'unica

realtà oggettiva per cui ti interessa rivolgergli la parola.
L'uomo che viene da lontano ha il denaro.

Tu hai cose che lui può volere. Oggetti che non gli servono.
Ma su cui esercita il proprio desiderio. Di cui potrebbe fare tranquillamente
a meno.

Che non gli cambiano la vita. Ma lui può migliorare la tua,
di vita. La sua sosta nella tua bottega. Ecco il senso di una giornata
spesa qui dentro. Non importa cosa gli rifili.

Vendi. Vendi. Vendi! Non perderlo. Non fartelo scappare. Sorridi.
Sii amichevole. Invitalo nella tua bottega. Mostrati cordiale. Offri
un bicchiere di tea verde. Cerca le emozioni edulcorate. Lui. La
donna che sta con lui. La borsa. Il marsupio. Se fosse possibile
prendere subito quello che hanno con sé. Senza tutta questa
messa in scena. Ah, troppo facile. Troppo bello.

Vogliono l'avventura 'sti due. Per la vera avventura sarebbero dovuti
andare molto più a Sud. Oltre il deserto. E poi ancora più
giù.

Africa nera. Roba kazzuta. Non quest'Africa liofilizzata. Abborracciata.
In Sudan e in Ghana si mangiano ancora l'un l'altro. Là non
scherzano. Non ti guardano in faccia, semmai te la sbranano la faccina.
Per pallida che sia. La tua bianca faccina signora. Le tue occhiaie.
E non ci sono scuse che tengano. Hai? Allora dammi. E là
se lo prendono quello che gli serve. Qui siamo ancora tra persone
civili. Qui potete ancora ringraziare di camminare per i fatti vostri.
E che nessuno vi rompe. Beh, più di tanto. Qui non è
come in Ghana o ancora più a Sud. Nel cuore nero africano.
Qui avete me. C'è questa sceneggiata che mi tocca. Ogni volta
che ti vedo. Ogni volta che ti avvicini. Ogni volta che un bus scarica
una comitiva di uomini bianchicci dall'odore acre di dopobarba.

Alla via così. Iniziamo il balletto. Le montagne di balle
che ti rifilo. Quelle che ti senti di accettare. Quelle oltre le
quali non mi è possibile andare.

Oggi mi bastano 3 minuti. Non me ne vanto. Ma mi sono sufficienti.
Mi bastano per capire che tipo sei. Sai quanti milioni di turisti
mi sukkio ogni anno?

Lo sai da quanti anni faccio 'sto lavoro?

Me lo chiedi forse? Ti interessano le mie risposte?

Si può dire che ho sempre e solo fatto questo. Quando c'era
mio padre e lo aiutavo a sistemare la mercanzia sugli scaffali o
qui fuori. Una vita passata qui dentro. Te ne vai in giro tu. Tu
e tua moglie viaggiate. Ma io sempre qui. I margini di guadagno
sono sempre troppo risicati. Ma va bene?

Certo che va bene! Non può essere altrimenti. D'altronde
chi l'ha inventata questa cosa? L'arte del commercio l'abbiamo inventata
noi, no? L'abbiamo portata noi da voi. Voi avete una sola parola.
Noi abbiamo le sfumature dei colori caldi. Del sole che ci scalda.
Le mille trattative. Abbiamo tutta questa calura. La tiriamo in
lungo, il clima è benigno. Il caldo ci lascia stremati al
termine di una trattativa. Voi avete sempre freddo. Per questo venite
quaggiù. Vi brucia il kulo dal freddo! Non vedete l'ora di
tornare a casa ogni volta che fate un acquisto.

Ve ne state tappati nelle vostre casine tutto il tempo. E dagli
a spingere al massimo con il riscaldamento.

Fa freddo. Avete freddo. Avete trovato un po' di brezza anche da
noi. E non sei mica contento. Ti scoccia. Hai speso un po' dei tuoi
soldi per trovare il caldo. Ti è andata male.

Non tutti, qui da noi, hanno un impianto di riscaldamento. Non tutti
qui

hanno una casa che è stata finita. Molte abitazioni hanno
giusto il tetto. Quello per forza ti serve. Poi ci vogliono magari
dieci anni per finirla, la casa. Ma intanto c'è il tetto.
Quello lo devi tirare su in fretta. Poi si dorme anche per terra.
Non fa niente.

Ma tu cosa ne capisci. Cosa ne sai. Non ti interessa. È sempre
la solita

lotta di recriminazioni. Tu che hai. Io che non ho. Tu che a fatica
mi dai.

Io che tento di strapparti di dosso. Il tuo volo in aereo fino a
qui ha cambiato forse lo stato delle cose? No.

Avrebbe potuto? No, signore.

La casa la finisci solo quando hai incontrato turisti a sufficienza.
Hai sorriso a sufficienza. Fintanto che hai piazzato mercanzia a
un numero sufficiente di europei. E sappi che non bastano mai.

Ma io me lo godo lo stesso questo tempo. Il tempo della vendita.
È un gioco. La presa per il. Non mi fare diventare volgare.
Non sono un tipo volgare. A noi devi pensare come al banco di un
casinò. Non può mai perdere. È raro che

perda. Che sia sconfitto. Si vince poco ogni volta. Piccole, minuscole,
risicate vincite. Grani di polvere in cambio di pezzi di carta.
Entrambi destinati presto a dissolversi. Le nostre sono mercanzie
da poco, lo so bene. Non devi credere di trovare granché
qui. Non è qui che scoverai oggetti di pregio.

Te lo scordi, amico mio. Mettici pure una pietra sopra.

L'idea che hai, io la conosco. Tu non vuoi spendere. È lo
spendere che ti mangia. È un bisogno che ti asseta. È
vecchia come il mondo 'sta storia. La conosciamo bene, noi qui,
la storia. Ti conosciamo molto bene qui, sai?

Ti trasciniamo con garbo nelle nostre stamberghe. Tutte oggetti
in simil cuoio. Maglie sintetiche di squadre di calcio italiane.
Tamburelli. Fischi per fiaschi. Flauti per cisterne. Quanto è
vecchia questa storia.

Quanto siete vecchi voi europei. State marcendo nel vostro sangue.
Meno male che ogni tanto vi arriva un'ondata di emigranti, a rinnovare
i vostri cromosomi rachitici.

Ma non pensiamoci troppo.

Sei qui per un altro motivo. Non è così? La tua vacanza,
mon amì. Siamo qui per rilassarci. Eccoti dei strepitosi
oggettini in legno. O forse plastica? Boh, non lo ricordo mai. Non
sono una bellezza? Non sono una meraviglia insperata. Non sono ciò
che ti aspettavi di trovare. E come sono "esotici". No,
sono cuciti. No, niente colla. Questa è tutta roba buona,
siòr. Non mi credi? Ma dai fratello, fidati.

Non sono sincero?

Non ti ho fatto accomodare?

Non ti ho dato un comodo puff su cui sedere. A proposito ti piace
il puff? Te lo faccio a un prezzo very very cheap. Ma solo perché
siamo fratelli. Perché ti piace la mia stessa squadra di
calcio. Qualsiasi cosa per te, fratello caro. Qualsiasi cosa per
il tuo.

Non è ancora tempo che quella parola sia pronunciata. Lontano
ancora da noi quella orribile parola.

Ti mostro ancora oggetti. Sono di buona qualità. Di pregiata
e squisita fattura. Sorrido. Vedi che ti sorrido. Ti trovo simpatico.
Ah, ma dove eri stato finora? Potremmo bere dell'altro tea. Tea
verde. Buono per la circolazione. Buono non è vero? E gratis,
ma solo per gli amici.

Mi chiedi quanto costa?

Beh, a un amico il conto è presto fatto. Tu mi dici cosa
vuoi. I flauti e i tamburi. Così per suonarle a qualcuno.
Ah, ah molto simpatico. Sì, ho capito il senso. Molto, molto
divertente. Troppo divertente. E magari ci aggiungiamo un paio di
pantofole di pelle, eh? Buona pelle cucita a mano, non incollata.

Il conto? Oggi, ma solo per te, soltanto per te fratello. Un'offerta
imperdibile. Per te che vieni da un Paese meraviglioso. Che ci ha
dato grandi cose. Il calcio. Baggio. La pizza. Il vostro gran politico.
Craxi? Si chiamava così? Amico, ma cos'è quella faccia?

Ah, l'avevo dimenticato. Avevo proprio scordato l'ordinanza municipale.
Da quando è morto non bisogna più parlarne. Non se
ne deve più accennare. Non si deve più tornare sull'argomento.
Voi non ne volete più sentir parlare. L'avevo proprio dimenticato.
Nun me ne ricurdav chiù, scuss! Torniamo a noi. Ti piace
il narghilè. Ti do anche del tabacco. Molto buono. Ottima
qualità. Del buon tabacco. Diverse essenze. Rosa. Menta.
Ah, non fumi? Hai smesso? Che bravo. Ma come hai fatto? Ah, qui
da noi fumano tutti. Gli uomini fumano. Le donne non sta bene, ma
a casa fumano anche loro. Qualche giovane donna lo fa anche in pubblico.
Certo siamo molto tolleranti. Siamo liberali. Bourkibà è
stato un politico magnifico. Ci ha dato questa bella città.
L'ha rimessa a posto. Abbiamo imparato la tolleranza. Siamo lo Stato
musulmano più aperto di tutto il Sahel.

Non mi credi? Guarda cosa succede negli altri Paesi. Mica lontano.
Algeria. Iraq. Qui da noi tutto va bene. Molti hanno un lavoro.
Si guadagna. Si lavora. Va bene.

Allora quanto? Quanto facciamo?

Per tutto, ecco quanto ti chiedo. Ma solo perché sei tu,
amico mio. Fossero stati francesi, inglesi, tedeschi. Puah, sputo
sui tedeschi. Loro sono venuti durante la guerra. Loro hanno ucciso.
Loro non comprano quando vengono in vacanza. Guardano e basta. Gli
italiani, invece, sono fratelli. Loro aiutano l'economia tunisina.
L'aveva aiutata anche lui. L'uomo di Hammamet. Il politico in esilio.
Ma perché era stato esiliato? Non poteva risolvere le cose
in Italia, e poi venire qui? Ah, se le avesse risolte non sarebbe
mai venuto qui da noi? Ah, scusa, scusa davvero. Non ne parlo più.

Tu quanto dici, allora? Quanto costa secondo tutta questa roba?
Quanto vuoi fare, fratello? Dimmi un cifra. Fai tu il prezzo. Decidiamo
insieme quanto. Facciamo il conto insieme. Fratello italiano, quanto
hai detto? Beh, ma ti ho offerto il tea verde. Siamo amici oppure
no? Ma allora non ci siamo capiti. Neanche due tamburi costano così
poco. Allora togliamo le ciabatte. Dai fratello, rifacciamo i conti.
Eh, no! Troppo poco. Su, alza un po' l'offerta. Tu mi fai fallire.
Non è possibile. No. Va bene non facciamone niente, allora.
Ci vediamo.

No, non andartene! Alza un po' l'offerta. Dai, rifacciamo i conti.
Non è possibile così poco. Neanche ai francesi faccio
pagare così poco. Dai rifacciamo i conti.

Quanto dici? Insomma fratello cosa ti costa. Dai, aspetta un attimo.
Non andartene, fratello. Insomma. Aspetta. Torna.

Ecco, prendi il mio biglietto da visita. Quando torni la prossima
volta ne riparliamo. Rifacciamo di nuovo i conti. Chiamami. Ciao.

Fratello.


di: AKYRO

Articolo inserito il: 2003-09-03



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