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ROBERT BYRON: SULLA VIA PER L'OXIANA

L’esistenza di Santa Sofia è atmosferica; quella di San Pietro, concreta in modo incombente, soverchiante. L’una è una chiesa per Dio; l’altra, un salotto per i suoi rappresentanti. L’una è consacrata alla realtà, l’altra all’illusione

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Vissuto Persone > Mio zio non era in realtà mio zio, ma era tale per molte persone della famiglia più giovani di lui. Da tante piccole cose, che un bambino fin troppo facilmente trasfigurava in mitologici attributi, mi parve sempre esser vecchio come la memoria dei tempi; era nato a Trieste sotto l’impero e quando parlava di luoghi lontani, usava una geografia di nomi che spesso poco aveva a che fare con quella che studiavo sui libri di scuola. Quando parlava del Siam o della Persia, facevo fatica a non pensare a Sandokan, Yanez o a Dario e ai Greci di Maratona, eppure egli si riferiva sempre a luoghi che aveva visto e studiato e che il corso degli eventi aveva mutato nel temibile Iran o nell’esotica Thailandia.
Quando il 23 ottobre del 2001 l’intelligenza americana bombardò una moschea a Herat (oltre, peraltro, a un ospizio per vecchi) e il regime Taleban aveva già iniziato a distruggere le forme d’arte pre-islamica presenti nel territorio afghano, mi venne in mente una persona che aveva descritto quella parte d’universo asiatico così come doveva averlo visto e vissuto mio zio, un mondo che dopo aver cambiato nome e faccia, ora veniva cancellato lentamente dall’intelligenza imperialista di regimi opposti, ma in fondo (non me ne vogliate) convergenti in almeno un paio di cose.
Quando Robert Byron scrisse della Persia e dell’Afghanistan erano gli anni Trenta e i presupposti del turismo di massa, le ferie pagate, già esistevano, ma la massa ancora non lo sapeva, per cui le terre dell’Asia continuavano ad essere appannaggio di nobili, esploratori/viaggiatori e militari illuminati. Gentiluomo erudito, eccentrico ed esteta, Robert Byron fu educato a Oxford e non amò mai il Cristianesimo cattolico, l’arte della Grecia classica e nemmeno Shakespeare tanto che quando gli fecero notare che “un droghiere di Stratford-upon-Avon non avrebbe mai potuto scrivere drammi come quelli”, rispose gelido “è proprio il genere di drammi che mi sarei aspettato da un droghiere”. Scrisse opere innovative sulla civiltà bizantina e sull’architettura islamica, ma non era un archeologo o uno studioso d’arte, di storia orientale o di religioni; fu uno dei primi Occidentali moderni a interessarsi da persona comune, ma aperta e appassionata, al mondo che si sviluppava oltre le porte d’Europa e che non era soltanto terra di protettorati e colonie.
Ai giorni nostri, i nomi di Mazar-e-Sherif, Kabul, Herat, Kandahar, Kunduz e Jalalabad evocano echi di guerra, terrorismo e genocidio, ma chi è al corrente che è esistito un Rinascimento afghano all’altezza del nostro Quattrocento? Chi conosce le dispute sull’uso letterario del persiano classico o del turkmeno e chi ha letto le memorie di Babur o contemplato le miniature di Herat? Chi sa che Duke Ellington concluse proprio a Kabul l’ultima tournée della sua vita? Quelle terre appartengono tuttora, a quasi settant’anni dalla pubblicazione di “La via per l’Oxiana”, a una storia sentita ed esperita come estranea, e tanto è bastato a cancellarle dalla nostra labile coscienza e sostituirle, nella nostra provincialità di spazio e di tempo, ad eventi storici immanenti forse già pronti ad esser colti nella memoria dalla stessa sorte.
È vero, forse sono argomenti che non interessano a nessuno, io stesso, nonostante abbia letto quasi 400 pagine di arte islamica, rimango cosciente che moschee del venerdì, minareti, emisferi, trame, intarsi e mihrab sono termini descrittivi di una realtà architettonica e culturale che comunque non mi appartiene, ma vi è tutto un mondo in quelle pagine che traspare pieno di storia e tradizioni che non si trovano più sulla strada per Kandahar, tra le immagini della CNN o negli articoli di National Geographic. Su di noi splende la sempiterna luce dei nostri mass media, e in questa luce, ferma, un poco mortuaria e sicuramente idiota, stiamo dalla parte giusta dello schermo o del giornale, cullati dalla ragione cristiana e rinascimentale, assorbita nostro malgrado a scuola; e se ci dicono che hanno bombardato una moschea a Herat, non importa che sia stata danneggiata una moschea che Byron giudicava di bellezza pari o superiore a quella più celebre di Samarcanda, per noi, Herat, non era nulla anche prima, mentre sì, Samarcanda era un’altra cosa.
Byron, oltre ad essere uno sconosciuto della letteratura di viaggi, non aveva neanche un titolo di studio ed era considerato soltanto un dilettante appassionato d’architettura; solo che questo dilettante fu il primo appassionato a muovere le gambe e affrontare duri viaggi (siamo negli anni Trenta) per andare a conoscere una cultura e un’arte prima di lui sconosciute, e nella sua breve vita arrivò fino in Cina e nel Tibet, senza mai trascurare la maggior parte dei paesi più vicini.
Nei suoi libri, i giochi di società e le scenette di cabaret che intraprende coi più diversi personaggi del luogo (dal viaggiatore americano figlio-di-papà, al cameriere perfetto sosia di Hitler, allo schizofrenico ambasciatore afghano a Teheran) rappresentano il più consono pendant mondano a quel lirismo che gli ha ispirato intense descrizioni di paesaggi, delle tonalità cromatiche di albe e tramonti, e dei tesori artistici che andava via via scoprendo e procurando alla cultura occidentale. Vero è che Byron nel suo itinerario conservava il classico atteggiamento del nobile inglese all’estero, ma probabilmente era vittima anch’esso, come noi, di un imprinting culturale che, nonostante avesse continuamente avversato, in fondo non era riuscito a rinnegare completamente.
Robert Byron non è neanche un grande scrittore, ha scritto spesso in uno stile pesante che ricorda quello del peggior Conrad e le parti più memorabili, in cui si rivela il gusto peculiare dell’autore, restano le pagine di descrizioni che hanno per oggetto moschee, minareti, torri funerarie e i cromatismi di luce cangiante sulle superfici piastrellate di una cupola e si è consapevoli, alla fine, che tutte queste descrizioni non costituiscono altro che lo scopo stesso dei suoi viaggi. Nelle sue intenzioni, la ricerca della purezza dell’architettura islamica avrebbe dovuto restituire in filigrana un’ “Asia senza complessi d’inferiorità”.
Come è morto Byron? Nel 1941, a 35 anni, mentre era in viaggio per l’Africa Occidentale, la sua nave fu silurata e affondata. Rimane qualche libro, la stima partigiana di Chatwin,peraltro sbandierata dalle Case Editrici per invogliare la gente ad acquistare libri altrimenti sconosciuti e un pensiero critico che, dissertando dell’Oriente e dell’Occidente, pervade pagine di luoghi e culture in parte scomparsi, in parte così distanti da risultare sempre meno comprensibili ai nostri occhi.


di: JIM TONIQUE

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