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CHARLIE PARKER: MAUDIT ECCELLENTE, SUO MALGRADO

Musicista solitario che reinterpretò l’anima dello Swing, inventando il Be Bop

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Vissuto Persone > Nato nel 1920, agli albori di quella che fu definita l’Età del Jazz, Charlie Christopher Parker interpretò l’anima dello Swing, reinventando la sintassi del Jazz e deviandone per sempre il corso. A 15 anni era un junkie qualsiasi che cercava di suonare il sax, poco meno che ventenne inventò il Be Bop e con esso il Jazz moderno.
Detto “Bird” per la sua passione per il pollo, Parker visse la vita più maledetta che un musicista potesse sognare e negli anni in cui per essere musicisti bisognava davvero saper suonare o aver inventato qualcosa, egli fece entrambe le cose e portò il suo delirio interiore sulle scene musicali.
Iniziò a suonare il Jazz senza un vero background musicale, ma costruendosene uno proprio sulla base dell’esperienza che andava via via accumulando tra jam session e concerti, cercando sempre la via più diretta di esprimere sé stesso. Nell’inevitabile ricerca delle stimmate di genio musicale non fu ignorato il fatto che, opinione comune, avesse iniziato a suonare il Jazz senza mai averlo ascoltato prima. Nella New York della seconda metà degli anni Trenta emerse rapidamente dall’oscura massa dei musicisti anonimi suonando strumenti presi in prestito finché non gli fu regalato un sax.
Nel dicembre del 1939 all’Harlem Chili House, tra un passaggio e l’altro di un’improvvisazione Parker abbozzò il primo vero fraseggio Be Bop coordinando in maniera del tutto nuova gli intervalli alti degli accordi come linea melodica dominante. Ovviamente non nacque tutto in una notte sola, ma fu piuttosto la completa maturazione di una serie di tentativi e d’ispirazioni definiti e provati più volte.
Da quel momento nacque il personaggio più celebre della scena Jazz internazionale, un personaggio talmente amato da essere adorato anche quando saliva sul palco completamente fatto o ubriaco e suonava in modo a volte divino a volte mediocre oppure quando sul palco non ci saliva affatto perché se n’era dimenticato o semplicemente aveva altro da fare. Equilibrista precario tra l’estasi musicali e i suoi esclusivi paradisi artificiali calcò le scene dei più grandi templi del Jazz, misurandosi e confrontandosi con i più grandi musicisti dell’epoca.
A fine luglio 1946 Parker partecipò ad una seduta di incisione che rimase leggendaria nella sua drammaticità: assistito da uno psichiatra in cabina di registrazione, incise una versione assolutamente stridente di “Lover man”, un’esecuzione che parlava di angoscia e amarezza; Charlie Parker suonò le note di un incubo a cui mancava il risveglio e dal profondo elevò la sua anima in un attimo di perversa lucidità, donando al Jazz una versione memorabile di “Lover man”. I presenti ricordano quella sessione come qualcosa di unico e geniale, ma Parker ormai era andato completamente fuori di testa; la sera stessa dopo l’incisione, fu visto scendere nudo nella hall dell’albergo, litigare violentemente con tutti i presenti ed essere ricondotto a fatica in camera; poi appiccò fuoco al letto, litigò i pompieri accorsi quindi con gli sbirri giunti in aiuto dei pompieri. Alla fine fu imprigionato nel reparto psichiatrico della contea per dieci giorni e già iniziarono a circolare voci sulla sua presunta morte. Recuperato da amici fu in seguito trasferito nell’ospedale psichiatrico Camarillo a Nord di Los Angeles.
Nel 1947 fu dimesso e riprese a suonare con rinnovata grinte ed energia; memorabile è l’esecuzione con Dizzy Gillespie alla Carnegie Hall di New York nel settembre dello stesso anno: più che un incontro tra due grandi musicisti fu uno scontro a base di improvvisazioni geniali, un duello che lasciò il segno in tutti gli spettatori accorsi per il grande evento.
Dopo una serie di successi colti ovunque negli Stati Uniti, tra il 1949 e il 1950 si recò in Scandinavia e soprattutto in Francia dove peraltro suonò male e si comportò anche peggio; tornato in America ebbe l’onore nell’agosto del 1950 di inaugurare Birdland un tempio musicale dedicato al Be Bop e al suo creatore.
Ma ormai l’età del Bop era al termine, ora si preferiva parlare di Cool Jazz che sostanzialmente era un Be Bop più addolcito ed arricchito. Con nuovi musicisti alla ribalta, gli eccessi e le stranezze di Bird iniziarono ad irritare il pubblico e i proprietari dei club anche perché il geniale musicista, sempre più annoiato e frustrato dal Jazz, stava perdendo smalto nelle improvvisazioni e nelle esecuzioni una volta brillanti. L’ispirazione era cambiata e Parker cercava di uscire dagli angusti limiti imposti dallo strumento che suonava e dal Jazz, che ai suoi occhi acquistava ogni giorno di più la connotazione di musica da ghetto nero. La sua attenzione ora era rivolta alla musica sinfonica europea e la musica da camera con archi e in questo senso tentò una serie di esperimenti che riscossero comunque un buon successo.
Nonostante le nuove idee, la schiavitù della droga gli concedeva ormai momenti di lucidità sempre più brevi e la precaria serenità conquistata nella sfera intima con la moglie Chan e le due figlie Baird e Pree fu distrutta dalla morte di quest’ultima. Tentò il suicido e venne ricoverato al Bellevue Hospital di New York, appena uscito fece in tempo a suonare alla Carnegie Hall per ripresentarsi spontaneamente tre giorni dopo al Bellevue Hospital temendo per la propria incolumità. Venne nuovamente dimesso con il comune accordo di presentarsi ogni giorno per sottoporsi a cure psichiatriche, ma era troppo tardi, perché lentamente perse o abbandonò tutto e le scritture divennero così rare da essere occasionali. Gli ultimi concerti furono il 4 e il 5 marzo a Birdland, il locale a cui aveva dato il nome; i musicisti chiamati per l’occasione costituivano all’epoca un’ideale All Star Band ma l’esecuzione complessiva fu così patetica e deprimente che lo stesso impresario dovette scusarsi con il pubblico.
Qualche giorno dopo bussò alla porta di una ricca nobildonna, amante del Jazz e protettrice di tanti musicisti famosi, la baronessa Nica Rothschild de Koenigswarter, ma nel suo appartamento si sentì male e dopo tre giorni morì. Il medico legale chiamato per esaminare il corpo non fu in grado di stabilire le cause della morte e stimò a 53 anni l’età di Charlie Parker. Ne aveva solo 35.


di: JIM TONIQUE

Articolo inserito il: 2003-03-01



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