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I CORTORACCONTI DI SONJA

storie da non raccontare

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Vissuto Storie > Quasi piove.

Da quanto sono qui non so dirlo.

Mi sono svegliato che dormivo già da due mesi.

Così mi ha detto Floriana l’infermiera del turno di notte.

Da allora non ho tenuto più il conto.

Il fisioterapista che viene a riabilitarmi le gambe, mi ha detto che sono fortunato, poteva andarmi peggio.

In fondo ho già quarantacinque anni e le mie fottute, è sicuro, me le sono già fatte.

E sorride ammiccando con aria complice.

Io guardo sempre di fronte.

Di fronte il panorama mi distrae dalla immobilità della mia condizione.

Lo so, il mio sesso è ormai carne molle e raggrinzita a sbatacchiare tra una coscia e l’altra, ma ci giurerei, ogni volta che la vedo affacciarsi, sento un movimento sotterraneo che sembra eccitazione.

Non vedo i dettagli del suo viso.

Non so di che colore sono i suoi occhi, ma percepisco nei movimenti morbidi di quella donna, un universo sensuale che mi rapisce.

E’ abitudinaria ed il mio tempo rincorre le sue abitudini.

Mi sveglio alle otto e la prima cosa che vedo è lei dentro una vestaglia.

In piedi, in una mano una sigaretta, nell’altra un bicchiere di latte.

Guarda verso di me come se mi vedesse.

Sta lì a finire latte e sigaretta e poi torna dentro.

La ritrovo affacciata verso le dieci a stendere panni, china sulla ringhiera mi sembra di respirarli i suoi seni, mi arrivano sfacciati come una pretesa.

Pretende che la monti da dietro senza chiederle il permesso, infiilandomi nella sua carne sconosciuta che non mi ha neppure drizzato il cazzo.

Mi vuole così, molle, nella mia nudità immobile.

Prima di rientrare mi fissa, si passa una mano in mezzo ai capelli e sta lì per qualche istante come una sfida.

L’altra notte, come tutte le notti, la luce è rimasta accesa fino a mezzanotte, mi dava le spalle, ogni tanto con un gesto pigro delle mani si tirava su qualche ciocca di capelli e mi porgeva la nuca bianca. Poi ha fatto qualcosa di inaspettato, qualcosa che non aveva mai fatto prima, rompendo la sequenza monotona dei suoi gesti ormai prevedibili.

Si alza in piedi mostrandomi la schiena nuda.

Una schiena dipinta di luce bionda, la stessa che illumina la stanza.

I capelli li tiene su e muove i fianchi come in un amplesso.

Inarca la schiena e freme, dondola avanti e indietro reclinando la testa, i capelli li lascia cadere giù, spalancando le braccia.

Poi il buio improvviso me la porta via.

E un dolore oscuro ha scosso i miei inguini in letargo.

Mi sono toccato tutta la notte, ho cercato di pompare vita nella mia carne pendula mentre il mio corpo reclamava piacere.

Ho mandato giù una pasticca bianca e non ci ho più pensato.

La mattina mi sono svegliato in ritardo, per la prima volta dopo mesi di puntuali risvegli ho saltato il primo appuntamento.

Ai piedi del letto un’infermiera dai tratti severi scrive qualcosa dentro la cartella.

Mi fa un sorriso che scioglie la durezza del suo viso ed io ricambio.

Mi dice, ci sono visite per lei.

Non credo di avere capito bene, io non ho nessuno.

E mentre lo penso la fitta fastidiosa in mezzo ai coglioni ritorna a farsi sentire.

Ho bisogno di cambiare posizione, dico, alzando la faccia che ho tenuto per qualche istante bassa per contenere il dolore.

Una donna dagli occhi chiari dentro un viso affilato sta ai piedi del letto e mi fissa.

I capelli li porta raccolti dietro e i seni mi arrivano sfacciati come sempre, come una pretesa.

Stamani non c’eri, mi dice con un filo di voce.

Ho pensato fossi tornato a dormire.

Si siede sul letto e porta una mano sotto il lenzuolo.

Mi tocca la sua mano, mi tocca dappertutto.

La sento muoversi velocemente come volesse mettermi in memoria.

Ed io ho paura che lo faccia.

Adesso ho paura che voglia la mia carne tesa che è già da tempo un pallido ricordo.

E vorrei fermarla, fermare la sua frenesia che prima o poi lo so, stanerà il mio segreto immobile.

Lei non lo fa, non si ferma.

Si china come sulla ringhiera e poggia la sua bocca piccola sulla mia carne impassibile.

Ed io lo sento il suo calore.

Sento la sua devozione lavorare sulla mia indifferenza.

Sento che sta pompando vita con ostinazione.

E’ una visione angelica mandatami dal cielo, è un miracolo clandestino che dal limbo mi porta in paradiso.

E ci riesce.

Poi si accascia sul mio petto con la bocca fradicia e sorride.

Odora di me.

Di quell' odore che avevo dimenticato.

Odora di se, del suo odore che avevo solo immaginato.

Ma ora è un odore unico che mi inebria la testa.


di: sonja

Articolo inserito il: 2006-08-25



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