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DOMENICA

L'ultima ora d'aria

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Vissuto Storie > Primo pomeriggio, di una strana domenica d’inverno. Arrivando in città , per una passeggiata in centro, scendo dal passante delle 15:10, e scorgo un gran numero di cittadini fuori dalle case, naso all’insù e bocca aperta. In giro per via Stoppani, via Morgagni e via Melzo o seduti in piazza Santa Francesca Romana, come non si fossero mai accorti della bellezza dei palazzi liberty di Porta Venezia. Finestre illuminate che si spengono, come gli uffici di Piazzale Loreto. Ai miei sensi, corso Buenos Aires, il centro commerciale più grande d’Europa per il numero di rivendite, è un boulevard di mille insegne colorate, profumato dall’incenso degli ambulanti e dall’odore speziato dei doner-kebab. Calpesto la prima pagina di uno dei tanti fogli gratuiti: Oggi ha chiuso la Milano da bere, Milano ti beve - Tu non vivi a Milano, Milano ti vive e ti succhia. Oggi posso fermarmi davanti ai negozi, infatti sono chiuse le oasi di aria artificiale, cupole che di solito ritmano il mio respiro, con l’emozione dell’acquisto. Quando entro non posso più pensare, perché ognuno mi vuol vendere la sua idea e studia come mi esprimo e mi vesto, per indovinare la mia. E’ l’anima del commercio al dettaglio. Oggi, non sballottato tra telefonini squillanti, motorini e sacchetti straboccanti, sono ancora libero di scegliere. Ma c’è chi non può scegliere: è il popolo dei reietti metropolitani, che cerca altre cupole, altri ripari e la vita organica tra gli scarti di chi ha dimenticato cosa significhi lottare per sopravvivere. Facce segnate dal tempo girano sulla città , senza un inizio, ma con una fine certa, spingendo a testa bassa e in cerchio un carrello da supermercato, stracarico d’ogni masserizia. Caos settimanale lontano anni luce, non ci sono auto e posso respirare, ma servirà solo per un giorno? Ancora pochi passi e scendo, sentendo bruciare la sigaretta, perché la scala è ferma e in silenzio, almeno finchè non ci metto un piede sopra. 19', il ritardo, meglio che soppresso. Porte chiuse. Treno ad alta frequentazione: vuoto. Destinazione sarà raggiunta in 20'. Fuori dal tunnel, solo palazzi in costruzione: è la metropoli che continua a crescere all’esterno delle mura, violando spazi e natura. La provincia, così gelida e larga che il popolo suburbano, riuscirebbe difficilmente, a coprire quelle distanze, e per certo non troverebbe nulla nei cestini. In città , il pasto, si consuma e si getta quasi per caso, in provincia no. Prossima fermata, la campagna, dove impera ancora la tradizione e esprimono raramente i pensieri, ma ne hanno di ben saldi, come conserva e metti da parte, che l’inverno prossimo potrebbe essere ancora più freddo. Camminando lungo il viale della stazione e con tre passi attraverso il centro deserto del paese, raggiungo rapidamente il mio portone. Con le scarpe silenziose nell’erba umida, passo il cancello aperto, e un fendente piovuto come la più precisa delle ghigliottine, mi spacca in due il cranio. Una sagoma comparsa alla mia sinistra dal buio, in un rimbombante risuonare di tubo metallico, proprio nell’istante in cui infilo la chiave nella serratura, e una voce: - Due euro per il carrello, signore. Ricordo solo quell’immagine di quell’ultima ora, ultimo respiro di vita.


di: cristian

Articolo inserito il: 2006-09-27



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