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VENERDI

La prima

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Vissuto Storie > Venerdì - La prima

Immagini che scorrono sullo schermo del nuovo Orchidea, vecchio cinema d’essai di Corso Magenta: attraverso il finestrino, i flutti del mare blu cobalto s’infrangono sulla costa con il rumore costante delle rotaie: chilometri di ferro, che corrono da un estremo all’altro della Trinacria. Sicilia, terra di misteri e meraviglie, triangolo coperto di storia, roccia ed arbusti tenaci. Poi un immagine fissa: il quieto torpore estivo della sabbia, nel silenzio d’inizio estate, quando la corrente arricchisce la spiaggia di quanto è stato rigurgitato dal mare. Un luminoso falò accompagna lentamente il paesaggio, dal giorno alla notte. Fuoco che scaglia scintille in gocce di sangue e grasso, dolce e saporito, che cola dal maiale infilzato sullo spiedo. Calma piatta: non si leva un filo di vento e nessun movimento nella natura del paesaggio, solo cani selvatici, che sbavano per sbranare gli avanzi. La scena successiva, illumina i numerosi posti vuoti. Poco pubblico in sala: i documentari di un’ora, non tirano più. Cédric Kahn ricorda che il cinema è un mestiere pericoloso, ma non spiega perché a vent’anni si possa andare al cinematografo per scelta passionale o per noia da insoddisfazione per una quotidianità che di sogni non ne ha. Ancora buio in sala e curiose manifestazioni in stream of consciousness: “Odio questa vita. Voglio solo divertirmi, ho vent’anni. Non voglio più pensare, mi fa male la testa.” Indosso, una maglia bianca larga al collo e stretta ai fianchi, leggera come il vento del Mediterraneo e jeans stretti intorno ad una vita, che va stretta. Sola, non riesce a stare ferma sulla poltrona, e si divora le unghie. Occhi e labbra socchiuse, che rivelano piccoli denti bianchi. Trucco nero intorno agli occhi e capelli raccolti, che liberano la pelle candida di un collo esile. Aria condizionata e capezzoli pronunciati, nel delirio non riesce a smettere di sfiorarsi. Con quelle mani ansiose frena l’impeto, per allontanare la noia. Ora è immobile, sente il calore scivolare tra le cosce. Il voir, pas voir diventa la chiave di volta in una realtà di temporary files, dominata dal voyeurismo invasivo. Un giovane dai capelli biondi, seduto a quattro posti da lei, ha percepito questo malessere e prende appunti di immagini e sensazioni. La descrive come uno zucchero a velo, impercettibile al tatto, denso sulle labbra e pastoso tra i denti. Sufficienti pochi sguardi, per scatenare il vortice e via di corsa, a chiudersi nella toilette, e contro il muro per istanti di passione. Prende il suo corpo acerbo, cingendole i fianchi pronunciati. I piccoli seni, sbattono contro la parete gelida e piastrellata. Basito, non prende più appunti e ignorando il suo gioco, non sa di essere pedina del suo piacere. Bacia quella schiena candida, pura e stronzetta, perché è il suo gioco preferito essere tentazione irresistibile. Tenta e si ritrae, e tra i gemiti, china su di lui, lo fa esplodere tra le sue labbra. Lo bacia e lo lascia lì, steso a terra. Si riveste, gli strizza l’occhio e sparisce dietro la porta. Il film è finito. Scorrono i titoli di coda e si accendono le luci. Sala vuota. Se ritrovasse la moleskine, prenderebbe ancora appunti. Ma, eccola in un angolo: Venerdì, fare lo spettatore, può essere un mestiere pericoloso.


di: cristian

Articolo inserito il: 2006-09-25



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