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EMIDIO CLEMENTI

Conversazioni sonore

EMIDIO CLEMENTI, .    

Live > Una conversazione con Emidio Clementi: scrittore e musicista. Il duemilaquattro segna il suo ritorno sulle scene. Un nuovo romanzo, L’ultimo dio, edito da Fazi, e un nuovo disco, Stanza 218, firmato El-Muniria, a inaugurare un nuovo corso nella sua produzione musicale. Ricordi polverosi di luoghi lontani sussurrati sotto un sole che brucia, cocenti addii e dolorose separazioni che si muovono al ritmo di una musica fumosa, calda, avvolgente. E il ricordo è anche il solco entro cui scorre L’ultimo dio, un romanzo di formazione che osserva, rivive e racconta, con sguardo finalmente pacificato, ciò che è stato nella vita di Clementi, lontano dalle emergenze emotive che hanno scandito quegli anni. L’adolescenza trascorsa a San Benedetto del Tronto, la fuga verso un futuro lontano dalla propria famiglia, l’arrivo a Bologna e l’esperienza irripetibile dei Massimo Volume. Ma, soprattutto, l’incontro con la poesia e con la tragica vicenda umana di Emanuel Carnevali.

1)Mi piacerebbe iniziare parlando un po’ del tuo ultimo romanzo, L’ultimo dio. Mi hanno incuriosito i due versi di “Wicked Gravity” di Jim Carrol (But a world without gravity / It cuold be just what I need) poste in epigrafe al romanzo. Ho notato quanto ricorrano nella tua scrittura quelle parole e tutto ciò che riescono a evocare. Sto pensando ad esempio a canzoni dei Massimo Volume come “Inverno ’85” e “Vedute dallo spazio”. Che cosa ti lega così tanto a esse? Qual è la spinta emotiva, in relazione a quei due versi, che mette in moto la tua scrittura?

La gravità preme sulla realtà. È questo che la rende così solida. Ma nel momento dell’atto creativo, quello di cui hai bisogno, è esattamente il contrario e cioè la capacità di alleggerire quel peso che tiene compatto il mondo. Devi fare in modo che il passato, i fatti che hai vissuto, le persone che hai incontrato sulla tua strada, si sgancino dalla dimensione del ‘così è stato’ e fluttuino in uno spazio senza gravità. Solo così, almeno secondo me, puoi costruire un nuovo mondo, il tuo mondo. Il testo di Jim Carroll lo spiega splendidamente.

2)Riascoltando il primo disco dei Massimo Volume, Stanze, e soprattutto alcune canzoni in esso contenute in cui la vena narrativa rimaneva più scoperta (mi riferisco in particolar modo ad “Alessandro”), mi sono chiesto se attraverso lo svolgimento della storia non ci sia la chiave di lettura di buona parte della tua produzione letteraria. L’annotazione minuziosa, quasi ossessiva, dei particolari della vita, tutti egualmente importanti e irrinunciabili, che noi non consideriamo neppure e che guardiamo con l’indifferenza dell’abitudine e dell’accettazione passiva. Eppure Alessandro, nella sua condizione particolare, fa quello che in fin dei conti appartiene a chi decide di dedicarsi alla scrittura. Riporta tutto quello che vede, perché tutto è un tassello piccolissimo di una visione più grande delle cose. Osservare il mondo con occhi differenti da quelli a cui ci siamo abbandonati, nell’indifferenza totale per le cose che viviamo. È un po’ quello che riprendi nel tuo libro e quello che giustamente viene riportato sulla quarta di copertina. “Per la prima volta osservo” scrivi. E questo è quello che fa la differenza, quello che può fare di un uomo un dio. “Quella porzione di mondo contro cui sbatto la testa tutti i giorni si apre all’improvviso di fronte ai miei occhi”.

Hai colto perfettamente il problema. Credo che il centro de L’ultimo dio sia proprio questo. Nei miei primi tentativi da scrittore facevo fatica a descrivere il mondo che mi circondava. Lo trovavo banale e sciatto. Poi ho scoperto Carnevali. Lui aveva frequentato gli stessi luoghi che io stavo frequentando, avevamo avuto esperienze simili, ma lui, al contrario di me, era stato capace di descrivere tutto quello che io non ero in grado di vedere. E lo aveva fatto in una maniera lucida e potente. È stato a quel punto che ho capito che avevo bisogno di un nuovo sguardo, di un’attenzione diversa nei confronti di tutto ciò che mi circondava. Se prima avevo desiderato un’altra vita, adesso quello che mi premeva era affilare lo sguardo. Osservare con un’attenzione differente

3)Come scrivi ad esempio a pagina 175: “Non scrivo più, non ho più niente da dire, dal momento che nessuno mi chiede di farlo. E senza scrivere, senza quell’unica possibilità che ho di rendere accettabili le cose, tutto quello che vivo mi appare opaco e banale. Il tempo scivola via senza lasciare tracce. Il mondo si è ammutolito e io non riesco più a forzare le maglie del suo silenzio”. Questo significa essere un dio? Riuscire a forzare le maglie di una realtà che di per sé e muta e ammutolisce? E lo scrivere è equivalente al vivere? Ci si sente vivi solo scrivendo? La scrittura è l’antidoto alla vita, alla solitudine?

Non scriverei se naufragassi su un’isola deserta. Non ho mai scritto per me stesso. Vedo lo scrivere come una forma di comunicazione capace di eliminare tutte le banalità, gli orpelli, gli imbarazzi che la quotidianità ci costringere a osservare. Ma proprio perché ho quest’idea, devo sapere che c’è qualcuno a cui posso rivolgermi. Ho sempre curato molto lo stile, ma più che lo stile la chiarezza della scrittura. Voglio essere capito. La scrittura è l’unica opportunità che ho per dire quello che altrimenti non riuscirei a dire.

4)Rendere le cose accettabili implica anche fare i conti col passato? Il lungo racconto finale che riprende il periodo Massimo Volume, la voglia di esserci, di lasciare un segno,e il pezzo riguardante la canzone “Stanze vuote”, il significato che gli oggetti assumono diventa enorme, carico di emotività, trasformandoli il simboli, nella loro presenza come nella loro assenza…

La vita spesso è banale. La scrittura ha la possibilità di trasformare il tuo vissuto in qualcosa di forte. O forse non è così. Forse vivendo si fa fatica a cogliere le trame che si celano sotto la superficie. Non si ha tempo per quest’esplorazione. Allora ci rimettiamo in cammino, facendo la strada all’incontrario, preoccupandoci questa volta di osservare tutto quello che ci era sfuggito,

5)C’è anche da sempre una predilezione per i gesti eclatanti, per “la scena”, chiara metafora di un mondo che a volte è la messinscena di se stesso, per la forza emotiva che questa trattiene. Che cosa ti affascina tanto nei gesti plateali delle persone, nei colpi da teatro? Ricordo scene simili nel romanzo precedente, La notte del Pratello…

Ho detto prima che quello che mi interessa è descrivere il mondo che mi circonda. Ma nello stesso tempo non amo particolarmente le storie fatte di piccoli gesti, di piccole emozioni. Mi fa venire i brividi l’immaginario alla Gozzano. Ce l’hai in mente? La signorina Felicita? Tutta quella roba di una malinconia devastante. Per questo vorrei dare alle mie storie un carattere epico, potente. È la mia vita. Cosa c’è di più importante?

6)Parliamo del tuo ultimo disco. El~Muniria, Stanza 218. Cosa ti ha portato all’idea di intraprendere un nuovo percorso musicale, una volta deciso lo scioglimento dei Massimo Volume? Qual è l’idea che tiene insieme l’intera raccolta? Puoi raccontarci come è nata l’idea del Marocco per questo disco? So che poi alla fine, gran parte dei pezzi sono stati ultimati a Bologna. È un viaggio della memoria? La registrazione di un’esperienza che diventa processo creativo?

Se sono tornato a cimentarmi con la musica è perché ne sentivo la mancanza. La musica ha riempito la mia vita per più di quindici anni. E poi ritenevo che avevo ancora qualcosa da dire. Per quanto ami tutto quello che ho fatto fino a oggi, non c’è un disco che mi piaccia dall’inizio alla fine. Ma va bene. Lo accetto. Mi piace pensare che sto facendo un cammino e che forse il mio disco migliore lo scriverò a cinquant’anni. Mi ci sto avvicinando piano piano.

7)E in tutto questo che ruolo ha uno scrittore come William S. Burroughs? Il Marocco, le atmosfere dimesse, il caldo che rallenta i battiti e riscalda ogni singola nota, una musica afosa, a tratti irrespirabile, che si sfilaccia fino a seguire linee minimali, essenziali. Tutto in questo disco riporta allo scrittore americano, a certi momenti della sua scrittura, forse più a certi aspetti della sua avventura biografica che a precisi episodi dei suoi scritti. Che rapporto hai con Burroughs? Non mi sembra che nello stile narrativo ci siano molte affinità con lui, quanto piuttosto nell’evocazione di atmosfere malaticce e malsane, ai sentimenti messi a nudo di fronte a se stessi, alla purezza e ai significati inequivocabili che acquistano alcune azioni degli uomini…

Non amo particolarmente Burroughs, ma forse entrambi attingiamo allo stesso immaginario, l’amore per certe atmosfere africane e medio-orientali. Sono sicuro di avere vissuto da quelle parti in qualche mia vita precedente. Sento che in qualche modo mi appartengono. Volevo che il disco fosse impregnato di quell’atmosfera, ma senza dover passare attraverso facili scorciatoie, senza nessun esotismo. Prima di cominciare a comporre i pezzi, avevo in mente alcuni dischi registrati da Duke Ellington negli anni ’60. Far East Suite, soprattutto. È musica composta pensando all’oriente, ma fatta con gli strumenti propri di Ellington, con il suo stile. Quello che senti è la sua idea di oriente. Scaturisce dal suo immaginario. Niente di preconfezionato o di pacchianamente esotico.

8)Un tema ricorrente sembra essere quello della separazione. Il disco nella sua interezza sembra guidato da un movimento narrativo improntato al negativo. Parla di abbandoni, separazioni, addii… Qual è il motore della scrittura per questo disco? Mi sembra tra l’altro, nel suo intento formale e soprattutto nella naturale lunghezza limitata dei testi, piuttosto differente dall’approccio che hai quando scrivi per un romanzo ad esempio… sei d’accordo?

L’addio, la separazione, sono temi che mi affascinano. Anche cominciare a descrivere una situazione esattamente un attimo dopo che qualcosa è successo, è un espediente che utilizzo spesso. Mi piace perché lascia una zona d’ombra intorno alla storia. La rende misteriosa, ma non criptica. È qualcosa che riesce meglio nelle canzoni e nei racconti brevi. In questi casi è più facile lavorare sulla sottrazione. In un romanzo hai bisogno di un respiro diverso, più ampio. Anche se si utilizza uno stile sobrio e asciutto.

9)Anche lo stile è un po’ cambiato. Oggi scrivi canzoni che sono più brevi, che si fissano su immagini piuttosto che lasciarsi cullare dal ritmo narrativo. I testi sono più versificati, osservano cioè un approccio più poetico. Parli più spesso delle cose che passano attraverso te, con un punto di vista altamente soggettivo più che in passato. È solo una mia impressione o stai realmente allargando la tua scrittura verso soluzioni narrative differenti? Anche in canzoni vecchie dei Massimo Volume il punto di vista soggettivo era il fulcro di ciò che veniva raccontato, ma adesso mi sembra più concentrato, meno narrativo. È una conseguenza del fatto che adesso scrivi anche romanzi?

Credo di sì. Credo che mentre prima lo spazio che avevo come scrittore era concentrato nei testi per i Massimo Volume, oggi, che scrivo romanzi, posso sfogare lì la voglia di raccontare storie. Questo mi dà la possibilità, nei testi, di utilizzare un registro diverso, meno narrativo, più libero. Quando ho cominciato a scrivere le parole di Stanza 218 mi sono ripromesso di lavorare il più possibile in contemporanea con la musica, senza rifletterci troppo. Mi veniva in mente un’immagine e, se mi sembrava abbastanza forte, mi attaccavo a quella e cominciavo a scrivere con il basso a tracolla o di fronte al computer.


di: MARCO C.

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