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IL MESTIERE DELLE ARMI

Historia: Joanni de Medici o dalle Bande Nere, comandante delle truppe pontificie in lotta contro le milizie mercenarie dell'imperatore Carlo V, morto sul campo di battaglia a 28 anni il 30 novembre 1526.

, IL MESTIERE DELLE ARMI . 2001    

Film > All'insegna dell'antispettacolarità, il Mestiere delle armi rompe - abbacinando l'anima- con un certo cinema contemporaneo gridato e provocatorio.
L'immobilità, il miracolo della luce, l'artificio della parola sono la cifra stilistica fondamentale di un film bellissimo, di tale condensazione semantica da lasciare spiazzati e commossi. L'osservazione non potrà essere che quella partecipe e sofferta, l'unica adeguata quando -come accade nel film- l'elemento cronachistico viene superato in un'intensa, struggente visione sovrastorica.
Il film si dipana per sottrazioni di luce, di dialoghi, di colore attorno al personaggio controverso di Giovanni che gradualmente diventa il punto di convergenza di un'epoca generale, il collo di bottiglia sempre più stretto per il quale siamo costretti a passare e a interrogarci sui temi fondamentali della morte, dell'esistenza, delle passioni.
Il Mestiere delle armi non è costruito sulla base di un susseguirsi diacronico di eventi, ma come memoria rivissuta dal Capitano de Medici in una sorta di estenuante dilazione della fine. La struttura a flashback è, se vogliamo, un'impostazione elementare eppure nel film di Olmi diventa una impalcatura drammatica che accende il punto di vista di chi guarda: lo obbliga a addomesticare lo sguardo e le orecchie, a tendersi nella contemplazione, nell'auscultazione di un altro da sé che ha le stimmate, le feroci mutilazioni, i timori e tremori di ognuno.
Joanni rivive i momenti della sua esistenza breve, nelle ore deliranti dell'emorragia di forze che suggellano la sua vita. Ecco scorrere davanti a noi - come in un romanzo dello sguardo - il Nemico che sfugge alla battaglia campale, la strategia e l'ipocrisia della politica, il tributo di fedeltà al proprio destino, l'amore troppo grande per non spezzare le remore di un giovane padre e marito.
Il tempo esperienziale diventa il tempo del cinema e si fissa sui particolari, sugli oggetti modesti e umili di una quotidianetà abietta e colma di grazia a un tempo: per questo i movimenti di macchina sono ridotti al minimo come a restituire allo spettatore la consistenza dura e impietosa del qui e ora; per questo dominano i tempi e i modi del guardare.
Emblematica è la matrice luministica - tutta all'insegna della sottrazione - che rende ardua la percezione e abdica a quella nettezza, a quel nitore cui sono abituati i nostri occhi. E non si tratta solamente di tradurre l'opaca coscienza di un guerriero morente; né di ricreare scenograficamente l'atmosfera meteorologica del tempo o le luci soffuse di interni d'epoca, ma anche di forzare (osando perfino riprese in controluce) a una visione attenta, come quella di chi scruta le figure in un quadro annerito.
A misura che le macchie livide di colore si precisano in figure, sentiamo che la rigorosa messa a fuoco non riguarda solo i volti e gli oggetti, ma anche il senso della storia e dell'esistenza dell'individuo in essa: quale significato dare alle passioni che frustano l'animo eppure sono votate all'oblio? E quanto contano il coraggio, la baldanza, la fermezza, se la fortuna può ad ogni istante mutare il suo arbitrio?
Vacilla pericolosamente anche l'ipotesi di un disegno provvidenziale che giustifichi il divenire : il povero e rozzamente scolpito Cristo muti fallisce il suo messaggio di redenzione, pure la voce del predicatore deambulante non è di quelle che consolano ma che atterrano con la cupa ammonizione: "Questo è il tempo della meschinità".
E veramente anche il nostro è il tempo della meschinità.
Dolorosamente, dopo aver pazientato; indugiato alla contemplazione; addomesticato l'orecchio al neonato italiano curiale, capiamo la grandezza del film, o meglio ne siamo come avvolti: sentiamo come lentamente - davanti ai nostri occhi - quella che pensavamo fosse la biografia di un giovane dedito al mestiere delle armi, diventi una parabola complessa sulla difficoltà di esistere.
La memoria del vissuto si dipana come un incubo fosco: la stretta dell'organizzazione pianificata della società, la crudeltà di una storia disumanizzante e violenta sempre più simile alla sega del cerusico che taglia la gamba di Giovanni.
Avvertiamo soprattutto la fragilità del nostro stare nel mondo come esseri di sangue e carne; in balia della stupidità dei potenti e della violenza; vittime della cieca irrazionalità della Fortuna; delle menzogne della storia che avvolgono come polvere; ostaggi di quel carattere individuale che è l'unica coerenza possibile.


di: E.MOREO

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