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OLD TIME RELIJUN

"No, mamma, stai tranquilla, non ho intenzione di rubare niente a nessuno"

OLD TIME RELIJUN, .    

Live in Bloom > In occasione dell’uscita di “Lost Light”, il nuovo disco degli Old Time Relijun, pubblichiamo l’intervista realizzata con Arrington De Dionyso dopo la loro esibizione dal vivo al Bloom. Uno show tirato, spinto in avanti dal ritmo incalzante e avvolgente di basso e batteria e dal carisma e presenza scenica di De Dionyso, capace di trasformare la sua chitarra e la sua voce in un luogo sonoro “altro”, fuori contesto, in cui confluiscono tutte le pulsioni e tensioni emotive che vengono liberate sul palco dai tre musicisti. Arrington inizia la nostra chiacchierata parlando in italiano:

La mia mamma parlava spagnolo quando ero molto piccolo. Io parlo spagnolo, francese e adesso anche italiano perché la prima volta in Italia ho studiato con un libro, cassetta e dizionario, in aeroporto… una dogana.

Studiava lingue?

Sì, sì

Parli molto bene, comunque… E forse non sai che suonando la canzone “Carcerato” questa stasera hai fatto felice un sacco di gente… Come hai deciso di scrivere un pezzo in italiano? C’entra con il fatto che hai studiato diverse lingue?

Oh, guarda… No. È solamente una traduzione di un pezzo che si chiama “Jail” che è stato pubblicato sul nostro secondo album “Uterus and fire”. Avevo pensato di tradurre il testo di alcune canzoni in occasione del nostro primo tour in Europa. Ne ho tradotta una anche in spagnolo e una in portoghese e così, una volta sistemate le diverse versioni, le abbiamo registrate. La canzone in spagnolo si chiama “Casino” e quella in portoghese “Adaga”, ( in origine, “Dagger”). “Carcerato” racconta di un periodo in cui mia madre era molto preoccupata per me. In quei mesi ero costantemente senza soldi in tasca e lei era convinta che prima o poi mi sarei messo a rubare cibo dalle botteghe della città. Una notte sognò che venivo arrestato e portato in prigione. Così, quando me l’ha raccontato, ho scritto una canzone che suonava come una cantilena di raccomandazioni materne, del tipo: “Sono preoccupata per te, non rubare niente, ho fatto un brutto sogno, stai attento se no finisci in prigione” e poi continuava con le mie rassicurazioni filiali: “No, mamma, stai tranquilla, non ho intenzione di rubare niente a nessuno”.

So che sei un musicista autodidatta… Solo tu o anche il resto del gruppo?

Guarda, adesso stiamo suonando con un nuovo batterista, da quando Phil Elvrum ha lasciato la band. Lui ha studiato un po’ di jazz, per quanto riguarda il suo strumento, batteria e percussioni, ma per l’approccio più rock che ha dovuto far suo per suonare i nostri pezzi è anche lui autodidatta.

Vivete la cosa come un limite o pensate possa lasciare più spazio a una elaborazione personale del proprio rapporto con lo strumento?

No, non la vivo per niente come un limite, anzi…

Vi sentite più slegati, liberi di esplorare territori poco battuti, di guardarvi attorno con la sfrontatezza di chi vuole allargare i propri orizzonti…

Beh, dunque… Penso di essere in grado di suonare con la chitarra tutto ciò che voglio suonare o che mi piacerebbe suonare, senza problemi. Non penso che il fatto di non aver studiato lo strumento costituisca un limite per me. Trovo più difficile, piuttosto, riuscire a cantare e suonare allo stesso tempo, in alcune situazioni particolari. Se ho dei margini di miglioramento, sono tutti in questa direzione. È anche vero che in molti casi essere autodidatta lascia più spazio all’improvvisazione e a un contesto musicale più personale. Io non vorrei sentirmi limitato in niente. Se voglio comporre musica per quartetto d’archi, potrei anche farlo. Riuscirei insomma a tradurre la mia idea in realtà. Mi vedo comunque come un musicista tecnicamente in grado di suonare quello che vuole. Anche se non ho mai pensato alla mia musica o allo strumento, in termini di tecnica o mancanza di tecnica. Non l’ho mai fatto. Ho sempre cercato la semplicità.

Se sai già dove vuoi arrivare, se hai in mente le cose che vorresti fare, l’originalità perde un po’ importanza, passa in secondo piano. Non cerchi la soluzione particolare, la cosa imprevedibile o strana, solo per inseguire l’originalità a tutti i costi…

Con questa band, gli Old Time Relijun, abbiamo avuto sempre bene in mente quello che volevamo fare. Non ci siamo mai allontanati dall’intenzione di esplorare la musica sul piano più istintivo che razionale. Se suonassi con altre persone, in un gruppo diverso da questo, un progetto parallelo ad esempio, con una diversa linea musicale, forse cercherei un approccio differente allo strumento e alla scrittura dei pezzi. Per quanto riguarda questo gruppo, l’approccio che slega l’istinto e lo carica della responsabilità di percorrere i percorsi dell’inconscio, lascia molto più spazio a noi e risulta alla fine molto più efficace.

Prima di venire qui, sfogliavo un quotidiano che riportava una lista di concerti che si svolgeranno in Italia. Anche questa data era segnalata, ed era stata inserita sotto il gruppo “indie-alternative”. Mi ha incuriosito molto… Ha ancora senso per voi oggi parlare di “rock alternativo o indipendente”? E nel vostro caso in particolare? Ma soprattutto, alternativo a cosa?

Beh, noi siamo molto indipendenti. Il modo in cui lavoriamo è molto indipendente. Siamo legati alla terra, alle nostre radici. Non so… Penso che “indie-rock” sia solamente terminologia. È un nome che rimanda a cose che sento poco vicine a noi, allo stesso modo in cui noi ci sentiamo poco vicini a un poco probabile movimento indie-rock o scena indie-rock.

Di solito infatti è un’etichetta che sta a indicare un contenitore generico dentro cui mettere tutto e non mettere niente…

È un modo come un altro per chiamare qualcosa, voglio dire, è solo una definizione. Se però consideri la parola in sé, il suo significato slegato da questo contesto, allora sì, è un termine che calza proprio bene per noi. Ci sentiamo molto indipendenti. Liberi, insomma.

Con che criterio vengono scelte le canzoni che poi appariranno effettivamente sul disco? Che tipo di selezione fate una volta raggiunto un numero sufficiente di pezzi?

Solitamente le canzoni che scrivo vengono pubblicate su un disco. Mi piace pensare che sto scrivendo canzoni che verranno poi pubblicate. Per quanto riguarda l’ultimo disco, avevamo registrato tutti i pezzi, ma non erano ancora pronti per essere raccolti e pubblicati. Le canzoni, però c’erano tutte. In questo disco tutti i pezzi sono legati tra loro. Sono parti di un’unica storia che va oltre il singolo episodio, sono veri e propri capitoli. È importante in un caso come questo che ogni traccia abbia un legame con il resto del disco. Beh, a volte capita di avere inciso canzoni che male si adattano alle atmosfere che vogliamo seguire, ma più spesso capita di avere registrato abbastanza materiale per poter poi fare una scelta poco sofferta e riuscire così a realizzare una compilazione che rispecchia un progetto preciso.

Progetto in cui i testi delle canzoni hanno un ruolo fondamentale… Anche dal vivo metti in risalto la voce come strumento indispensabile, come parte irrinunciabile della vostra musica. Si stacca dallo sfondo è balza in primo piano…

Sì, lo faccio spesso. È la mia poesia che voglio promuovere. Anche se a volte diventa complicato rendere comprensibile ogni singola parola, ogni sfumatura del testo, dato il suono compatto degli strumenti che finisce spesso per coprire il cantato. Quando ascolto un disco è molto importante per me riuscire a entrare nei testi delle canzoni. È importante quindi, per me, che chi mi ascolta capisca quello che sto dicendo, e a volte la cosa diventa molto complicata per un pubblico che non parla la mia stessa lingua, come quello italiano, ad esempio. Preferiamo inserire sempre i testi nel booklet del disco in modo che chi ci ascolta possa godere appieno della nostra musica entrando dentro le storie che vogliamo raccontare.

Hai parlato di jazz all’inizio riferendoti al vostro nuovo batterista… ascolti jazz, usi il jazz come strumento di scrittura, come atteggiamento aperto all’improvvisazione musicale?

Non so, non mi sento molto a mio agio a considerare i miei ascolti come catalogabili dentro categorie ben definite. Ad esempio, non ascolto molto rock, a dire il vero. O quello che comunemente si intende per rock. Cerco di catture il senso spirituale di una canzone. Che sia composta da un musicista americano o da uno pakistano, per me non fa molta differenza se riesco a penetrare nell’anima di quelle note. Per me le parole “jazz”, “rock ’n’ roll” o qualsiasi altra cosa, sono totalmente prive di significato. Cerco di sentire la musica nel cuore. La musica, capisci? Se mi chiedi di un approccio jazz alla scrittura come sinonimo di un elevato senso di creatività, allora sì, sono d’accordo. Ho dei progetti, fuori dagli Old Time Relijun che inseguono atmosfere jazz, direi, piuttosto, free-jazz e di improvvisazione. La parte cosciente si affievolisce a poco a poco fino a lasciare la scena all’inconscio, all’improvvisazione vera e propria.

Anche con gli Old Time Relijun a volte sembra prevalere questo aspetto… Ritmi ossessivi che creano una sorta di primitività del suono, al di là delle etichette o cose del genere. Un tuffo all’indietro verso le radici del ritmo…

Sì, ed è una cosa che inseguo quando scelgo i dischi che voglio ascoltare, la musica che più mi piace ascoltare…

Ho capito a cosa ti riferisci… Ad esempio i dischi che hai suonato nel dj set prima di salire sul palco. E poi lo stesso show. Anche su disco si riesce a carpire un approccio simile…

Mi fa molto piacere che si riesca a capire a cosa mi riferisco. Molte persone non riflettono abbastanza su questo punto. La musica per me è tutto questo. Penso, comunque, di non essere in grado di spiegare del tutto cosa significano per me dischi come quelli che ho portato stasera. Musica. Di ogni tipo e da ogni parte del mondo. Io cerco l’intensità. La forza che riesce a raggiungere il lato spirituale dell’essere umano. Non solo la natura fisica dell’uomo. Il lato primitivo, insomma. Primitivo e surreale allo stesso tempo. La musica dovrebbe aiutare una persona a riscoprire la propria identità culturale, le proprie radici, il proprio corpo, mantenendo alta la consapevolezza delle cose più grandi di lui. È questa l’idea di estetica con cui mi avvicino al suono, ogni tipo di sonorità che l’uomo produce. Alcune culture hanno una sensibilità verso le cose del mondo che è più alta della nostra. È questa sensibilità che inseguo.

Che rapporto hai invece con la rete? Pensi che la rivoluzione che Internet ha inaugurato possa danneggiare la vostra musica, il vostro rapporto con la musica? La possibilità di scaricare dalla rete le canzoni, volte anche prima che vengano pubblicate ufficialmente,ha sicuramente cambiato molte cose… Cosa pensi riguardo a tutto questo?

La rete è uno strumento che le persone, per quanto mi riguarda, possono usare come meglio credono. Oggi è molto più semplice comunicare via e-mail che telefonare ad un amico che magari sta dall’altra parte del mondo… Guarda, ti racconto una storia molto divertente. La primissima volta che abbiamo suonato a Roma, ed era anche la prima volta in Europa, agli “Ex magazzini” se non ricordo male, avevamo suonato alcuni pezzi del primo disco. Allora non avevamo alcun tipo di distribuzione in Europa. Proprio davanti al palco c’era un gruppetto di persone che sapeva quelle canzoni a memoria e le hanno cantate tutte, dalla prima all’ultima parola. All’inizio pensavo fosse una cosa pazzesca. Mi chiedevo come diavolo facessero a conoscerle. Alla fine mi sono detto: “Va bene, va bene”. Ma ti dico, abbiamo venduto molti più cd quella sera che dopo tutti i concerti che avevamo tenuto fino ad allora. Pazzesco. Quindi, in sostanza, se Internet aiuta la gente a conoscere musicisti nuovi, ad aver familiarità con il loro lavoro, penso sia, da un lato, una cosa positiva. Se alcuni scaricano dalla rete i dischi perché avevano già deciso che non li avrebbero comunque comprati potendoli avere gratis, allora è un problema, ma…

Pensi quindi che possa anche essere uno strumento che incrementi le possibilità di scelta, di ricerca di musicisti che sono rilegati ai margini del mercato? È un po’ un paradosso, è vero. Ma è altrettanto vero che se segui un musicista e ti piace il disco, sei portato a comprarlo. Anche giusto per averlo a casa. Con il booklet e tutto il resto…

Sì, è vero. Penso che sia importante anche la confezione del disco che uno decide di pubblicare. Io do molta importanza al disegno sulle nostre copertine, ad esempio. Quando compri un cd, puoi benissimo copiarlo ad un amico. Facile. Anch’io faccio molte copie di cd che mi piacciono e che ascolto. Ma comprando un cd compri il lavoro finito, completo. Compri l’artwork che sta a supporto della musica, i testi e soprattutto aiuti i musicisti a continuare a fare questo mestiere


di: AJ VENERE

foto di: RadioTakeshi

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