ONEIDA

E' successo. E basta

ONEIDA, . 2006-04-24    

Live in Bloom >

A un anno esatto di distanza dalla loro prima volta al Bloom, tornano gli Oneida. Di nuovo in tour in Italia, questa volta per presentare il loro nuovo disco “Secret Wars”, offrono uno spettacolo tirato, entusiasmante, senza sbavature. Il locale è pieno di gente accorsa da tutto l’interland milanese nonostante la fitta nebbia. Dopo lo show li seguiamo nello stanzino dietro il palco per una chiacchierata

 

Avete l’aria di essere molto soddisfatti di com’è andata stasera…

Mi stai chiedendo se ci è piaciuto suonare qui stasera? No. Per niente. È stato terribile (risate). È stato fantastico, ci siamo divertiti un sacco.

Volevate una festa da venerdì sera e l’avete avuta…

Sì, è stato proprio bello. Hai tutta la gente sotto il palco e per scaldare l’ambiente urli “È venerdì sera!!!”.Se poi lo fai spesso, devi stare attento che magari arriva il giorno in cui da sotto ti urlano “Guarda che è mercoledì!!!”.E allora sì che ci si diverte. E noi rispondiamo a tono. “È venerdì! Che ti stai inventando? È venerdì!!!” E iniziamo a suonare.

È passato un anno dall’ultima volta che ci siamo visti, sempre qui al Bloom. Che cosa avete fatto nel frattempo? Come avete passato tutti questi mesi?

Abbiamo finito di registrare i pezzi dell’ultimo disco, quello che è appena stato pubblicato, abbiamo registrato anche alcune cose per la colonna sonora di un film intitolato “Speedo”. Un documentario sul “Demolition Derby”, uno sport che sostanzialmente è una corsa d’automobili, ma senza pista, in cui si guidano dentro una specie di arena le macchine più scassate che si possano trovare. Inizia la gara e cominciano a scontrarsi tra loro. Vince chi guida l’auto che alla fine riesce ancora a camminare. È lo sport perfetto per gli Oneida. Così abbiamo passato parte dell’estate a registrare le canzoni per questo film. Due di quei pezzi sono stati poi pubblicati sul disco con la colonna sonora.

Conservano sonorità che già conosciamo o avete provato a fare cose differenti, visto che erano pezzi destinati per fare da sfondo sonoro a delle immagini?

Sì, decisamente. Sono pezzi che guardano più a come suonavamo in “Everybody let’s rock”, un po’, come dire, cock-rock. Canzoni molto brevi del tipo… hai presente il primo disco dei Wire? I Wire più belli? Ecco, più o meno una cosa del genere. Molte canzoni, tutte molto brevi e semplici. Una rullata, e vai col riff (iniziano a cantare imitando il suono della chitarra). Un po’ come quello che facevano i Lynird Skynird, ma molto più in breve e molto più veloce. Ma è venuto un po’ tutto in modo naturale. Quello che facciamo, quindi, è continuare sempre a scrivere canzoni. Il regista aveva le sue idee per quanto riguardava la realizzazione del film, noi avevamo le nostre proposte per la colonna sonora. Ma la cosa più importante per noi è comporre, scrivere musica per scontri d’automobili! Questo è importante! (risate). Poi cosa abbiamo fatto? Ah, giusto, siamo stati in tour negli Stati Uniti e poi siamo tornati di nuovo in studio per lavorare su materiale nuovo per il prossimo disco. Scriviamo in continuazione, guardando sempre avanti, registriamo a poco a poco anche per conto nostro oltre che in studi veri e propri. Abbiamo suonato un sacco.

Non siete riusciti a fare neanche un po’ di vacanza, quindi. Non vi siete fermati un attimo!

No, mai. Be’, magari succede che ci riposiamo per un paio di settimane, anche tre a volte, quando arriviamo al punto di non sopportarci più. E ci diciamo cose tipo “Hey, vai a fare in culo!” oppure “Ti odio!” (risate). Se no, siamo sempre in movimento.

E alla fine tutti parlano degli Oneida…

Noo! Non so proprio di cosa stai parlando… (risate). Almeno non a New York (risate). Guarda sono andato a farmi un giro al supermercato oggi, ma nessuno mi ha riconosciuto (risate). Se sto aspettando per un taxi e ne passa uno, il tipo sgomma e indicandomi urla “Oneida!” e mi tira su (risate). Ma una cosa è certa. Non succederà mai. Sarebbe bello però. Taxi gratis. Ma sono anni ormai che a New York non ne prendo uno. Chissà, magari i tassisti di New York impazziscono per gli Oneida e noi non lo sappiamo…

C’è una canzone sul disco nuovo che mi ha incuriosito molto: “Wild Horses”. Quando ci siamo incontrati l’ultima volta, un anno fa, ci avete raccontato un po’ il rapporto con chi vi ascolta, la volontà di incuriosirlo, di stuzzicarlo cercando a volte di riportare in superficie melodie già ascoltate e già nelle profondità dell’inconscio… Vi dico questo perché ascoltando quel pezzo ho pensato a quello che mi avevate detto a riguardo. Il riff iniziale mi ha ricordato, già quando lo avevate suonato qui l’anno scorso, la parte iniziale di “Murders in the Rue Morgue” degli Iron Maiden. Ho creduto quindi fosse un gioco neanche troppo celato tra voi e chi vi ascolta…

Oh, merda! Se solo lo avessi saputo l’avremmo suonata stasera! Sì, è vero comunque. Ci piace ripescare pezzi di canzoni vecchie e rimescolarli dentro le nostre. Ma hai detto Iron Maiden? “Murders in the Rue Morgue”? Be’, sicuramente non è stata una cosa a livello consciente, intenzionale. Rubiamo a volte, sì, e lo facciamo spesso. A volte inconsciamente, a volte no. È un caso. Ti ricordi del processo a George Harrison negli anni Settanta? Quando è stato accusato di plagio? Ecco, lui è stato un grande perché davanti al giudice ha giurato di non avere avuto intenzione alcuna di rubare ma che se lo aveva fatto, come sosteneva chi lo accusava, era successo inconsciamente. È stato molto accondiscendente. Ha detto “L’ho fatto, è vero, ma non ne avevo l’intenzione. Va tutto bene. Ecco i soldi”. Noi, però, non potremmo mai fare i brillanti come lui. Non potremmo permettercelo. E se per caso dovesse capitare che gli Iron Maiden… Iron Maiden?!? E chi sono? Non ne ho mai sentito parlare! Iron Maiden? La vergine di ferro? Ma quale vergine, è la mia puttanella! Ah, ma forse intendevi dire Iron Butterfly… Ah, ecco. (risate)

Quindi i dischi che pubblicate, avete detto, raccolgono materiale registrato molto tempo prima…

A volte. Stasera, ad esempio, almeno la metà delle canzoni che abbiamo proposto non sono ancora state pubblicate su un disco. E l’ultima volta che siamo venuti in Italia abbiamo suonato alcuni pezzi che ora sono su “Secret Wars”. Come vedi è passato più di un anno tra scrittura e pubblicazione. Stasera abbiamo suonato una decina di inediti che prima o poi andranno su disco.

E avete già un’idea di come utilizzerete questi pezzi?

No, voglio dire, non lo sappiamo ancora. Forse le pubblicheremo tutte, forse no. Sono cose che decidiamo nel tempo. Lavoriamo così. Ci piace suonare e suoniamo in continuazione, registriamo tutto e ricominciamo a suonare. Il disco che abbiamo in cantiere dovrebbe chiamarsi “The Wedding”. Un disco dalle sonorità pop. Magari ci finiranno dentro pezzi scritti un anno, anche due o tre anni prima e che abbiamo messo da parte per un qualsiasi motivo. Abbiamo scritto anche per progetti esterni paralleli ed è una cosa che continuiamo a fare nello stesso periodo in cui scriviamo canzoni per gli Oneida.

Non seguite quindi una traiettoria in linea retta, un’idea particolare? Pubblicate solo quando sentite di avere tra le mani un numero sufficiente di canzoni? Ogni disco non rappresenta esattamente un’evoluzione rispetto a quello che lo ha preceduto?

A volte componiamo seguendo un’ispirazione, questo sì. Anche un’idea precisa, ma molto spesso i pezzi vengono fuori da soli e così come sono vengono messi da parte. Slegati uno dall’altro. Capita che molte delle canzoni “congelate” non si adattino al mood che vogliamo per il disco che abbiamo in mente di fare. Ma è proprio questo sentimento di fondo che ci piace e ci interessa inseguire in maniera coerente. Non vogliamo programmare un disco, anche perché probabilmente non ne saremmo capaci, e magari sperare di tirarci fuori un bel po’ di soldi…

”Secret Wars” mi è sembrato avere suoni più semplici, ripuliti, più diretti che in passato…

Sì, ma il disco è solo una tappa che segna la direzione che stiamo seguendo in quel momento. Un percorso spezzato, tortuoso. Acquisiamo esperienza da ogni parte possa arrivare e rielaboriamo restituendo tutto quello che ci è passato attraverso.

Siete riusciti comunque a compiere un percorso invidiabile. Avete spinto verso una personalizzazione del suono come pochi riescono a fare. Nessuno suona come gli Oneida. “Each One Teach One” inseguiva atmosfere psichedeliche. Stasera invece sembravate suonare con un’attitudine molto hard core fino alla fine dello show, in cui eravate totalmente funky…

Figo. Funky!

E pensare a voi come musicisti con attitudini funky suona così strano eppure non so…

È molto bello che tu dica queste cose. Sono umori personali di noi musicisti e di chi ci viene a vedere. A volte il modo in cui la musica arriva a chi ascolta è così personale! L’individualità esce allo scoperto e a volte in maniera sorprendente. Fortunatamente non siamo in grado di gestire il suono a priori. Amiamo alcuni dischi che sono dichiaratamente funky dove il ritmo è la causa primaria della musica e penso siano dischi straordinari. Musica africana o anche alcuni dischi di James Brown. Tutto ciò che segue la linea più funk della scrittura musicale. Ma mi sembra più interessante quello che dici riguardo l’approccio hard core. Mi piace pensare che quello che facciamo porti con sé la complessità degli istinti che lo alimentano. Abbiamo fatto molte cose che suonavano psichedeliche, ma la psichedelica non è un suono facile, superficiale o spensierato. C’è oscurità in quelle sonorità, c’è terrore, senso di vertigine, non è una posa. E guarda il punk rock, ad esempio, persino quello di ultima generazione, i Green Day e gruppi simili o anche i Ramones che abbiamo amato molto. Favolosi, ma non abbiamo bisogno di riprendere il sound dei Ramones, non avrebbe senso oggi. Ha molto più senso invece indagare a fondo nella spiritualità di quello che facevano. Band come i Flipper ad esempio, e li abbiamo amati alla follia, erano punk rock nello spirito ma conservavano un istinto autodistruttivo. Ma anche quello era punk rock, senza suonare alla Ramones. Allo stesso modo in cui la psichedelica mi rimanda immagini di mistero, al lato oscuro delle cose, così il punk rock può avere mille sfumature, non so… Guarda, ieri sera sul palco avevamo suoni che per noi erano molto strani, il basso sembrava uscito da un disco dei Motorhead e Kid sembrava un batterista metal. È stano che certe cose accadino. Non siamo certo una band metal noi. Ma tutto si mescola con tutto e non tutto è intenzionale. È successo e basta.


di: MARCO C.

foto di: RadioTakeshi

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