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CALLE 54

Il film ''musical'' sul jazz latino

Fernando Trueba, CALLE 54 . 2000    

Film > Fernando Trueba, regista di “Calle 54”, è profondamente entusiasta nel presentare il suo film: “E’ un musical sulla musica, su come nasce, come si trasforma”. E continua: “Il soggetto, la sceneggiatura, sono i brani musicali scelti. I protagonisti sono i musicisti. Non è un documentario ma una fiction particolare, molto personale”. Il film in effetti non ha una storia, è stato girato come strumento per la comunicazione interattiva,con un unico scopo: far “entrare” lo spettatore nel labirinto della musica jazz, il jazz latino. “Calle 54” è un prodotto direttamente discendente dal successo internazionale di “Buena vista social club”, che, come era prevedibile, ha provocato la scia di documentari musicali dedicati a Cuba, all’inconfondibile seduzione esotica e alla grande sua varietà di sonorità e ritmi. Trueba, regista di “Due di troppo” e “Belle epoque”, in “Calle 54” (la 54° strada newyorkese dove si trova lo studio di registrazione della Sony) riunisce una serie di artisti che forgiano una compilation contemporanea del genere, tra musiche di derivazione afrocubana, tango e malinconie brasiliane. La musica è contagiosa e anche le inquadrature incalzano in primo piano e in movimento sui protagonisti, applauditissimi: Paquito d’Rivera alla tromba, Tito Puente al vibrafono, Chuco Valdez, “virtuosissimo” al pianoforte, l’orchestra degli ottoni di Chico O’farrill e Gato Barbieri al sax, Eliana Elias, pianista brasiliana, Jerry Gonzales, trombettista e percussionista e Carlos Valdez “Patato”, maestro di conga. Il documentario di Trueba ha il pregio di cercare di diffondere la conoscenza del“latin jazz”, attraverso l’entusiasmo e il “pathos” delle registrazioni dal vivo, per trasmetterne le emozioni e la passione. La scelta dei pezzi da parte di Trueba è stata molto soggettiva, come egli stesso dice: “Qualcuno si chiederà perché c’è questo invece di quell’altro, sulla base di criteri commerciali, artistici, musicali, storici, eccetera. Io mi sono limitato a seguire una delle regole che conosco: quella di filmare ciò che amo. Il documentario, girato per due settimane (un artista al giorno), presso i Sony Music Studios della 54th street a Manhattan, con sei macchine da presa Panavision, rispetta il suono personale di ogni musicista. Il contributo dei latini al jazz è quello di restituirgli vita, allegria ed energia e, con l’apporto di nuovi ritmi, molto complessi, il jazz diventa più esuberante e sofisticato, ancora di più nell’improvvisazione, che ne è l’essenza. Sulle orme di Wenders, ma molto criticamente, alcuni registi cubani stanno girando documentari musicali, ad esempio sul cha cha cha. A loro, però, mancheranno i media e la distribuzione internazionale.


di: KETTY C.

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