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11 SETTEMBRE 2001

Film collettivo ad un anno dagli avvenimenti di New York

AAVV, 11 SETTEMBRE 2001 . 2002    

Film > Concepito come un film simbolico, 11’09’’01 è la somma di 11 contributi di 11 registi differenti tra loro per esperienza ed estrazione della durata di 11 minuti, nove secondi ed un’immagine, quest’ultima per rendere simbolicamente brusco lo scorrere della visione.
Nel complesso il film convince, con alcuni episodi di gran lunga sopra gli altri ed alcuni meno convincenti e confusi. La “pellicola bianca” che è stata data ai registi ha sortito espressioni stilistiche diverse tra loro anche se è possibile tracciare una condanna comune della guerra (specie se Santa), i riferimenti ricorrenti alla crisi mediorientale ed in sintesi il tentativo di rendere più relativo i fatti accaduti un anno fa a New York.
L’episodio più convincente, come sottolineato anche alla recente Mostra di Venezia, sembra proprio essere quello del militante Ken Loach che propone un contributo efficacissimo e duro dal punto di vista del contenuto politico, ma al contempo estremamente umano ed emozionante. Egli traccia infatti un parallelo con un altro 11 settembre, quello del 1973 in Cile, che vide l’omicidio di Salvador Allende e l’inizio della dittatura cilena del generale Pinochet. In generale, tra una stoccata di qui ed una di là, la figura del presidente venuto dal Texas non fa certo una gran figura nell’insieme del film. Sullo stesso tono, ma meno polemico, il contributo del premio Oscar bosniaco Danis Tanovic, che ci ricorda anch’egli attraverso una ricorrenza tragica, la strage di Srebrenica, che il prezzo della violenza lo pagano sempre le persone comuni.
Gli apprezzamenti verso la politica estera americana, specie nei contributi dei registi dei paesi in via di sviluppo, non sono dei più teneri. Il contributo poco amato dell’egiziano Youssef Chanine è forse il più diretto nelle sue accuse. Un immaginario incontro del regista stesso con un soldato americano vittima di un’autobomba in Libano ed il kamikaze autore della strage finisce con una perentoria ed un po’ sommaria accusa a Stati Uniti ed Israele. Sempre politico, ma più tangibile, il contributo di Amos Gitai, incentrato su di un attentato minore (ma pur sempre un attentato) che ebbe luogo proprio lo stesso giorno degli attacchi alle Torri: anche qui una presa di posizione forte, nelle immagini e nelle parole.
Altri due episodi hanno invece come protagonisti dei bambini: quello dell’iraniana Samira Makhmalbaf e del burkinabé Idrissa Ouedraogo. E la scelta dei due registi di lasciar parlare da sé le immagini e gli sguardi degli ancora innocenti protagonisti produce due dei migliori contributi del film. I contenuti sono forse meno espliciti, ma non perciò meno efficaci. I divertenti ragazzini africani di Ouedraogo che inseguono quello che pensano essere Bin Laden (da notare la somiglianza dei filmati dei bambini con quelli mostrati nei vari telegiornali) ci fanno sorridere senza farci dimenticare però che il mondo è uno, ma non sembra essere uguale per tutti. E così i bambini afghani che non riescono a capire la gravità dei fatti di New York, dal loro campo profughi in Iran, lontano anni luce da Manhattan.
Il tema intimista viene invece adottato nei contributi del francese Claude Leoluch, dell’indiana Mira Nair e dell’unico americano presente nel cast dei registi, Sean Penn. Un po’ melò e senza mordente il contributo di Leoluch non si distingue certo dagli altri, mentre la regista Leone d’oro 2001, ci propone una storia vera molto significativa ed emozionante. Una famiglia pakistana di New York è travolta dalle accuse di terrorismo rivolte ad uno dei suoi figli, scomparso il giorno dell’attentato, che tempo dopo verrà riabilitato come eroe, morto nel soccorrere i feriti del Wtc.
Il dolore individuale è invece il tema del corto di Sean Penn, uno dei pochi attori dello star system di Hollywood (con Susan Sarandon e Tim Robbins) ad essersi dichiarato contro l’intervento militare in Afghanistan ed Iraq.
Altri toni, altri stili nei contributi del messicano Alejandro Gonzalez Inarritu e del giapponese Shohei Imamura. Il giovane regista di Amores Perros, conferma la sua forza visiva ed alterna nel suo cortometraggio buio e luce, assenza di immagini ed assenza di suoni, il tutto interrotto dalle immagini delle persone che si lanciano dalle Torri.
Infine, il cortometraggio di chiusura realizzato da Shohei Imamura: una visionaria ma reale storia di un reduce della Seconda Guerra mondiale che torna dal fronte alla vigilia della bomba atomica sul Giappone e preferisce essere e strisciare come un serpente piuttosto che essere un uomo.
Insomma, il film, come dicevo all’inizio, è convincente solo in alcuni dei suoi contributi anche se resta comunque un’opera significativa ed interessante. L’unico che non sembra esserne convinto è Giuliano Ferrara ed altri critici che vedono in 11’09’’01 un film “antiamericano”…. Ovviamente dipende cosa si intende per “antimericano”. Nell’ottica del sovrappeso direttore del Foglio (e di Bush) significa forzatamente essere contro la libertà, la democrazia, la giustizia, essere terrorista o comunque giustificarne le azioni ed infine non preoccuparsi della “sicurezza del mondo”. Probabilmente hanno dimenticato dei concetti quali “relatività” e “spirito critico” o li hanno confusi con “egemonia” e “aggressione”


di: DHARMABOY

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