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ELEPHANT

Ispirato alla strage del liceo Colombine...

Gus Van Sant, ELEPHANT. 2003    

Film > Un giorno come tanti in una high-school d’oltreoceano (solo una curiosità: ma gli americani a scuola fanno solo laboratori e partite di football?) diventerà un giorno di ordinaria follia. Un soggetto molto blando, ma con un’eco fortissima dello stragismo liceale tipico della recente storia statunitense.
Ma se Michael Moore nel suo splendido Bowling a Columbine utilizzava lo stesso assunto per ricamarci poi sopra un pamphlet satirico e spietato contro l’impero americano, Gus Van Sant procede in direzione decisamente divergente, verso una progressiva scarnificazione del linguaggio cinematografico. Elephant è un film che – verrebbe da dire – come pochi altri “vive” dentro la macchina da presa, senza avere praticamente nessuna esistenza sulla carta.
E la più grande intuizione visiva sta nel dichiarare scopertamente la natura della regia, che prende quasi le mosse di un videogioco: un occhio che sta ossessivamente alle spalle dei protagonisti, e insieme il vero protagonista della storia stessa. Del resto, è quello sguardo che decide che cosa farci guardare – ed eventualmente ri-guardare, da angolazioni differenti. Non c’è nessun altro a fare da filtro tra la realtà filmata e la percezione della stessa da parte dello spettatore; non esiste un terzo (peggio, un’entità giudicante) che riempia di parole quelle immagini gelide. Per questo Elephant sarà per molti un film “di stomaco” più che “di testa”, un’esperienza che, passando solo dagli occhi, prenderà direttamente l’intestino. La riflessione, cui il film stesso sembra spronare con quel ritorno finale ad un cielo che non promette risposte, seguirà di molto la visione della pellicola. Ma anche quella – statene certi – verrà, inevitabile e feroce.


di: MATTIA C.

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