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DOGVILLE

Il nuovo controverso film di Lars Von Trier

Lars Von Trier, DOGVILLE. 2003    

Film > La bella Grace, inseguita da misteriosi gangster, giunge a Dogville, sperduto paesino sulle Montagne Rocciose, e riesce a farsi dare asilo dai sospettosi abitanti in cambio di lavori domestici e servizi alla comunità. Ma quando si sparge la voce che la donna è ricercata, gli abitanti della cittadina dimostrano aperta ostilità, in un crescente vortice di brutalità che porterà all'inatteso, sconcertante finale.

Presentato in concorso all'ultimo Festival del Cinema di Cannes e in lizza per la Palma d'Oro, "Dogville" riflette il talento di un regista che ama far parlare di sé e sperimentare, giocare con il cinema e rimetterlo in discussione. Dal Dogma, il manifesto del '95, al "cinema fusionale" (cinema, teatro e letteratura): al posto di luoghi autentici, luce naturale e attori spontanei una scenografia convenzionale come a teatro, luci artificiali, una superstar (l'eccellente, angelica e spietata Kidman, all'apice del talento e della duttilità espressiva). Diviso in nove capitoli e un prologo, come un romanzo, e raccontato dalla voce di un narratore onnisciente, il film è "un'atroce e magnifica parabola sui rapporti sociali", sull'ipocrisia e la grettezza della natura umana, sulla falsa facciata di sentimenti di solidarietà e fratellanza. Lo spettatore è preso alla sprovvista, completamente spiazzato: il film è girato interamente in teatro di posa, con telecamera a mano, ma senza scenografie, solo qualche mobile, costumi e rumori d'ambiente. Eppure senza ambiente: niente strade, case, alberi, pareti, solo segni e scritte per terra, come se Dogville fosse una lavagna nera e Von Trier avesse disegnato con il gesso la sua personale idea di cinema. Ma il cinema dov'è allora? L'America impaurita e meschina della Grande Depressione è tutta racchiusa negli splendidi ritratti ingialliti dei titoli di coda, sulle note di "Young Americans" di David Bowie, mentre nel teatrino di Dogville porte e finestre immaginarie si aprono su abitazioni in cui albergano indifferenza, malafede, crudeltà, perfidia, paura dell'altro. Tematiche quanto mai attuali come perdono e vendetta, integrazione, tolleranza affiorano via via che la presenza di Grace nella piccola comunità porta alla luce la fondamentale ipocrisia e ambivalenza insite nella natura umana. Come era già accaduto con "Dancer In The Dark", criticato per il giudizio espresso su un paese che non è quello del regista, anche "Dogville" non mostra un'immagine molto lusinghiera dell'America. Allora Von Trier aveva commentato, lapidario: "Anche gli americani non erano mai stati a Casablanca quando girarono Casablanca ". Da vedere.


di: TITANIA

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