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DOGVILLE

Il nuovo controverso film di Lars Von Trier

Lars Von Trier, DOGVILLE. 2003    

Film > Odi aut amo. O l'uno o l'altro, quando si tratta di Lars Von Trier. Noi non ci stiamo, e pensiamo che ogni volta, ad ogni film, ci sia concesso di poter diversamente azionare il nostro pensiero critico. Dunque non stupisca che un regista che pure l'ultima volta (era Dancer in the Dark ) ci aveva saputo - almeno visivamente parlando - gratificare, ora abbia fatto sorgere in noi quantomeno l'ombra del dubbio. Soprattutto siamo scettici circa il fatto che ogni prodotto che porti la firma dell'autore danese sia foriero di innovazione cinematografica, donde Dogville sarebbe la scoperta di un presunto "cinema fusionale". Ma quale "fusion"?! Von Trier non sa far di meglio che riciclare soluzioni visive che il teatro d'avanguardia (e ormai non solo) si è inventato anni fa: messinscena scabra, tripudio di gestualità, astrazione visiva. Quanto al copione, pure non povero di qualche bella finezza, è già stato tutto scritto - e meglio - dai grandi drammaturghi americani e tedeschi (non è difficile immaginare i nomi). L'unica novità (per la verità una riconferma) è la fulgida Nicole, sempre più inarrivabile per bellezza e bravura. Tutto il resto è noia, denuncia sociale col fiato cortissimo (con cucchiaiate di "homo homini lupus" come il parmigiano sulla pastasciutta) e, a conti fatti, solo il grande talento di Von Trier di fare il promoter di se stesso: in questo ruolo, il principe di Danimarca è un vero fuoriclasse


di: MATTIA C.

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