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TYING TIFFANY

Stanza 666: welcome to my head

TYING TIFFANY, .    

Supporti > Corre, Tiffany. Pattina ritmiche incalzanti e sfuma suoni digitali. Come in quel film-videogioco tedesco, “Lola Corre”. Grida forte, Tiffany, o modula sussurri, urla sexy, su adrenaliniche melodie giocattolo uscite da chissà quale protogeneratore di sonorità uscito indenne da ombrosi angoli degli anni Ottanta e come per miracolo scopertosi alleato di oltranziste frange sonore dei Novanta di mezzo. Bacia maliziosa e lolitesca, ridendoci su e non facendosi raggiungere. Inizia raver e sintetica con Wake Up, poi fa ballare acida e ammiccante, Cat Killer Show, su tappeti ritmici primordiali accompagnati da chitarre distortissime artificiali. Gioca consapevole con gli stilemi, Tiffany, naif e/ma innocente, dolce ma/e seducente. Stilemi musicali e visivi, un immaginario underground nei suoni e nella testa, miscelato diretto e genuino. Tutto un universo si fa sottotesto sotterraneo: frasi elementari di sintetizzatori, battiti accelerati e nervosismi vocali supersexyalcubo, fantasia per le orecchie, di quella buona: gli Atari Teenage Riot senza la loro rabbia nichilista decostruiti in Last Weekend, appena prima l’ironia di LCD Soundsystem Is Playing At My House, yeyeyè a controbattere l’ossessività della base. Physique du role perfetto, Tiffany. Veloci come Sugar Boy, Sugar Girl con il suo tema cyberplastico, o come I’m Not A Peach, titolo che ammicca, efficacia situazionista da primo singolo in un manifesto programmatico del TyingTiffanySound: ancora quella chitarra-muro, pennarello a punta grossa sui beat metronomici, voce doppiata, pronuncia vicina. Ascoltate ad alto volume techno-punk. Qualcosa che a Berlino riempirebbe le cas(s)e occupate della zona orientale. Musica postmoderna che le spacca, quelle casse, virgolette che parlano, continui hyperlink musicali, I Wanna Be Your Mp3, con il suo testo cut-up citazionista. Punk meets electro for the masses. A seguire, Telekoma, divertissement che finisce per diventare un luna park pop da viaggio delirante, bumbum della drum-machine picchia gabber su note-commodore da fumetto di Charles Burns: roba che se l’avesse sentita il compilatore della colonna sonora di Trainspotting le avrebbe fatto un contratto miliardario. Honey Doll per molti motivi sembra percorrere le traiettorie technorock dei misconosciuti Republica, mentre Running Bastard (cani che abbaiano su riff surf, che voi siete lì e pensate “cazzo ci sta a fare un pezzo surf?” e invece fila via straniante benissimo) introduce all’ultimo trio di pezzi, quasi il lato oscuro di Tiffany: le ritmiche spezzate di Black Neon in primo piano, lame di chitarra tenute sotto e le grida della chanteuse via via più schizzate. You Know Me?, forse il pezzo musicalmente più osé e sottopelle del disco, quello che magari non si nota subito ma poi vi infetta irrimediabilmente, con campioni di violini a far da rampa di lancio per le risate beffarde della Nostra, acidità ipnotiche della voce, che rincorre un mantra illudendoci di risate e sfanculandoci allegramente darklady, poco prima del congedo in falsetto di Cloud. Mezzora veloce. Corre Tiffany, je t’aime moi non plus densi di sogghigni. Ché è lei che tiene le fila del gioco, e se la ride il giusto. A noi l’ascolto, e corpi che si muovono iperveloci e sensuali. Funziona, e diverte. Neanche ve ne siete accorti e vi ha conquistato. Sfacciatamente: ci piace assai.


di: BLIXA

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