DEVICS

La carezza della gentile melancolia

DEVICS, Push The Heart .    

Supporti > Ci sono dischi che dovrebbero uscire dautunno, magari a novembre quando cambia lora e si fa buio prima, e ti vien voglia subito di prendere una cioccolata, in una calda casetta con il camino acceso e una dolce compagnia al tuo fianco. Quello stesso genere di dischi non potrebbe assolutamente, invece, uscire poco pi avanti nellanno, diciamo a ridosso del Natale, mentre fuori il biancore fa da trapunta a malinconie invernali, perch l i giochi son fatti e il freddo arrivato, e non c pi quellaria sospesa che aleggia anche solo un mese prima. Sembra incredibile, e forse, davvero, uno non se lo immagina, ma proprio quei dischi, a volte, per, compiono miracoli, e si trovano ad essere perfetti, insospettabilmente, per il mese di aprile. Quelle mattine di aprile in cui non sai se c il sole o se di l a poco cadr una leggera pioggia, epper senti nellaria un lieve tepore, che spinge a passeggiate nei prati, o a picnic.
Push The Heart dei Devics appartiene proprio a questa speciale categoria di dischi, quelli buoni per le stagioni di mezzo, che ancora esitano a spingersi nei rigori del freddo o nelle secche del caldo. Sara Lov e Dustin OHalloran parlano la lingua universale della tenera melancolia, i colori pastello della sussurrata tristit , della carezza gentile ma che la sa lunga, come in Lie To Me (Lie to me, make like you love me). Come dei Mazzy Star che abbandonino la narcotizzazione psichedelica per puntare alla Canzone, e a una melodia che crei un mood, piuttosto che lasciare che sia quel mood a ingenerare canzoni a lui affini. Oh, s, le coordinate sonore da cui partono i Devics sono ben chiare: certo pop di spezia francese, che da Franoise Hardy strizza locchio a Jane Birkin o Anita Lane, arricchito con una scrittura che ha di sicuro a che fare con Scott Walker e altri raffinati cesellatori della melodia e dellarrangiamento (alcune canzoni dei Divine Comedy, ad esempio, o lultimo disco di Richard Hawley, sebbene decisamente meno americano nelle suggestioni sonore), come nelle chitarre mandolinanti di If We Cannot See (quelle cose che i Radiohead non fan pi, per dire: e curiosamente unatmosfera quasi alla Paranoid Android sbuca anche da Just One Breath), o nel tristissimo piano di Salty Seas. Altrove, nemmeno troppo a sorpresa, visto che i due Devics vivono a periodi in Italia, sono addirittura i piccoli fragilissimi film di Benvegn a essere tirati in ballo, magari come semplice infiltrazione inconscia (ascoltare lincipit di Come Up, con il suo piano dolce e le spazzole che tratteggiano il ritmo, per credere). Se la voce di Sara Lov si occupa dei toni pi cupi, o anche drammatici, come nella bellissima Distant Radio, la tiepida baritonalit di Dustin OHalloran carica su di s gli episodi, se non pi leggeri, pi ariosi: landamento da gita in bici di Song For A Sleeping Girl o di If We Cannot See son l a darne esempio. Lesito di tutto questo piacevole, coccoloso, intimamente predisposto a far languire nellozio complice di pomeriggi studenteschi. E spinge a rimanerci, nellattutita volutt di questa manciata di canzoni.


di: BLIXA

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