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MORRISSEY

Come suona 'Grazie Roma' con l'accento di Manchester?

MORRISSEY, Ringleader Of The Tormentors.    

Supporti > Mettiamo subito le cose in chiaro: sarà ben dura che Morrissey riesca a fare un disco davvero brutto. Tutt’al più ci potranno essere uscite meno rilevanti di altre, ma, vuoi per l’innata capacità di scrivere ritornelli che non te li scordi più nemmeno se hai la stessa malattia del protagonista di Memento, vuoi per i testi, sempre più o meno sagaci e dotati di quella piacevole assenza di banalità che anche quando non sembra si fa notare, un certo grado di eccellenza e di posizionamento di quella buona spanna sopra la media Moz lo raggiunge comunque. Detto questo, va anche detto che questo Ringleader Of The Tormentors aveva due pesanti spade di Damocle pronte al varco: la prima era quella di essere l’immediato successore di You Are The Quarry, oggettivamente una delle migliori prove da solista del dandy di Manchester, l’altra quella, più psicologica che altro, forse, di essere stato registrato (a Roma) con Tony Visconti (deus ex machina di David Bowie) al mixer e l’occhio vigile nientemeno che di Ennio Morricone a supervisionare. Una sorta di imperativo categorico a realizzare Il Gran Disco, insomma. Con queste aspettative, quindi, verrebbe facile tanto incensare quanto stroncare inesorabilmente questo pugno di canzoni. La verità , per una volta, sta davvero nel mezzo. Perché si tratta di un disco in un certo senso sfuggente. Che comincia epico e magniloquente, con I Will See You In Far Off Places, brano un po’ eccessivo e tamarro nel suo incedere marziale, per i canoni del Moz, ma poi calibra subito il tiro, e spara in serie tre perle pop da leccarsi i baffi: Dear God, Please Help Me è una sconcertata proclamazione di smarrimento sui toni melodrammatici di cui Morrissey è maestro, e in cui l’orchestra del maestro Morricone entra strappacore in punta di piedi ma in modo decisivo; You Have Killed Me arriva senza passare dal via nel club privé dei Singoli Perfetti: ritornello-strofa-ritornello, linea vocale appiccicosa, e dichiarazione d’amore per certi simboli controversi del Bel Paese che non ci può che far stare ancora più simpatico l’ex leader degli Smiths. Per finire, The Youngest Was The Most Loved, altra gemma. Poi due pezzi che fanno un po’ scendere i toni (pur rimanendo sempre formalmente perfetti), prima del brano a sorpresa: l’epopea tronfia e sovraccarica di pathos di Life Is A Pigsty (che dire del titolo, se non che solo lui è credibile a intitolare in questo modo una canzone?): sette minuti e mezzo che iniziano quasi synthpop e sconfortati, per poi rallentare e liberare tutto l’amaro che c’è negli ululati da crooner del Nostro, in un crescendo rossiniano di tensione. Si esce un po’ esausti, da qui, così che le canzoni successive, se ascoltate tutte di fila, finiscono per perdersi, mentre invece andrebbero gustate una a una per apprezzarne il preciso lavoro di artigianato compositivo che le caratterizza. Rimangono tutte in una certa forma rock su cui già il disco precedente aveva costruito la sua fortuna, lasciando che ciò che li contraddistingue sia, oltre al cantato, qualche inserto di fiati (I Just Want To See The Boy Happy, I’ll Never Be Anybody’s Hero), ma, come detto, pur facendosi apprezzare singolarmente, finiscono per scivolare via un po’ innocue. Questo fino al congedo finale, di quelli in grande stile: At Last I Am Born, più rallentata nei ritmi, con i suoni del traffico di Roma ad arredare la voce, che solenne si lascia accompagnare da un coro di bambini. Disco sfuggente, quindi e però. Perché lo togli dal lettore e non riesci a capire se ti piace perché è affine a quello prima, o se invece non ti convince proprio per lo stesso motivo. Unica soluzione alla sfinge: le canzoni, ché in quelle Morrissey ci prende sempre


di: BLIXA

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