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THOM YORKE

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THOM YORKE, The Eraser.    

Supporti > Grazie alla disponibilità di Spin-Go!, che distribuirà in Italia il suo primo disco solista, in uscita il prossimo 10 luglio, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare in anteprima The Eraser, nuovo parto artistico di Thom Yorke, in momentanea libera uscita dai suoi Radiohead e alle prese con una raccolta di canzoni tutte sue, e solo da lui suonate e registrate (con l’aiuto di quello che molti definiscono il sesto Radiohead, ovvero Nigel Godrich, alla produzione). Come si può facilmente intuire, trattasi di disco che va digerito e metabolizzato, e non di opera facilissima. Ecco perché quella che qui segue non è una vera e propria recensione, quanto una sorta di vademecum all’interno delle canzoni. Con qualche nota di commento a margine che funge più da prima impressione a pelle, che da ragionato ponderare su un disco che comunque necessiterà di ben più cospicui ascolti. Note a margine, preme sottolineare, scritte da uno che Thom Yorke e i Radiohead li apprezza ma non li venera né idolatra.

La prima pennellata: sono nove canzoni, tutte di durata piuttosto lunga, in cui la strumentazione è minimale-elettronica: per lo più voce-drummachine-sintetizzatori e qua e là sparute chitarre e bassi. Al primo ascolto pare un disco molto controllato, nei toni quanto negli arrangiamenti. Un disco subacqueo, nei suoni e nelle atmosfere: saranno i beat elettronici, i pattern ritmici, ma tale è la sensazione che mi trasmette. Attento e raffinato pur nella sua semplice veste. La mia impressione è che in mano a dei maghi della consolle che le remixassero esasperando alcune peculiarità , le canzoni sinceramente ne guadagnerebbero. Pare un disco che non osa fino in fondo, e rimane tutto su un unico piano, lievemente monocorde seppur con qualche picco decisamente interessante. Thom Yorke qua e là abbandona i birignao che ha ultimamente (diciamo da Amnesiac) deciso di utilizzare come marchio di fabbrica per la sua voce, e sono i momenti migliori, anche perché li abbandona quasi per lanciarsi in una (non so quanto voluta) vena vagamente soul o black. Forse per questo, quindi, anche se il disco non fa strappare i capelli per la bellezza, a me garba decisamente più delle ultime prove della corazzata-Radiohead.

Brano per brano.

The Eraser: la title track delinea le coordinate del disco: un’elettronica rarefatta e piuttosto discreta a dare la stura ai brani, su cui la voce dipinge melodie qua e là più sicure e cantabili, altrove meno definite. Nello specifico, un piano incerto e messo in loop fa da impalcatura per un falsetto quasi involontariamente sexy alla Prince. Thom ci spiega che è lui stesso l’Eraser, colui che cancella se stesso per disegnarsi a nuovo, ma che è inutile per gli altri provare a cancellare ciò che lui è diventato. Il ritornello apre la canzone, fino a uno staccato di piano che introduce al finale strumentale, con lo stesso riff portante ma reso distorto e quasi dance, bella trovata. Il brano è molto in stile Morr Music, quella dance un po’ di classe un po’ ambient che non mi sfagiola troppo e/ma è piacevole.

Analyse: anche qui la voce entra su un giro di tastiera, ma i toni sono più cupi, e le modulazioni tipicamente à la Thom Yorke cavalcano un piano incombente che dialoga con i pattern ritmici (i beat sono l’altro punto forte del disco). La canzone scivola via innocua, però.

The Clock: una delle tre/quattro perle del disco. Tramature ritmiche elettroniche accompagnate dalla voce in stile talk-box, il pezzo lo fa un riff vincente di basso, su cui Thom se la canta scendendo verso il basso. Mi ricorda le cose migliori e più ipnotiche dei Laika, e lo ascolto un paio di volte in più perché è figo assai. Funzionerebbe in un club di quelli supercool, magari remissato da un Tiga.

Black Swan: purtroppo si scende subito di tono. Il brano quasi non me lo tengo in mente già mentre lo sto ascoltando: gli appunti scribacchiati sul taccuino recitano: “base quasi black e basso pulsante. Pezzo peggiore fin qui”. Non aggiungo altro ed evidentemente ci sarà bene un perché.

Skip Divided: anche questo brano non pare indimenticabile, ma per la prima volta da dieci anni in qua sento Thom cantare in modo diverso dal solito, su una cantilena monotonica contrappuntata da un’altra traccia di voce in falsetto, che sembra come se si volesse fare una citazione del cantante dei Liars. Il pezzo non è niente male, e sul finale ci sono dei droni elettronici che mi gustano e sembrano dei gabbiani cibernetici che berciano su una spiaggia di Marte (ché certo che ce le ha le spiagge, Marte, non lo sapevate?).

Atoms For Peace: ingredienti, gli stessi: nenia bambinesca di voce, ma su una base in tono maggiore, vicina come atmosfere alle robe che faceva Brian Eno quando si stava strippando con Bowie. Convince il ritornello, introdotto da una bellissima (davvero!) salita della voce. Finale prolungato con l’organetto finché, al minuto numero 4, signore e signori, la chitarra! Che fa due note, né, mica molto di più.

And It Rained All Night: altra gemma! Organetto spettrale + ritmi fatti con le bacchette della batteria, almeno in partenza, e messe in loop. Il basso incombe da lontano e Thom canta “indolente e morbido”. I disturbi elettronici in sottofondo danno un nonsoché in più che rende il brano di sicuro uno dei migliori del disco, insieme a quello dopo, che mi sa che è proprio il mio preferito!

Harrowdown Hills: Un riff di basso che sembra rubato ai Gang Of Four di Entertainment!, ma rallentato e inzuppato come un savoiardo dentro un caffelatte di beat. La voce è calma e pacata, e si muove su un tappetone di tastiera dal suono anch’esso smaccatamente anni ’80 (presente le tastiere di Enjoy The Silence? Ecco, tipo quelle lì…). Il testo è quello forse più intimista del disco, insieme a quello della title-track, e il ritornello con Yorke che canta “I’m coming home to make it allright” ti si attacca alla memoria; tutto il pezzo sembra essere una affermazione di indipendenza (“Can you see where I’m going? Away from there”, e quel there, non ci vuole poi molta malizia a pensare che sia riferito alla nave ammiraglia), unita a un’accorata dedica ai propri affetti privati.

Cymbal Rush: (bel) capitolo finale. Quasi il medesimo tappeto d’organo del pezzo prima, ma più aperto e rilassato, con due stop a lasciare da soli i beat, prima che intervenga una batteria vera e bella convinta, quasi nervosamente jazz nel suo incedere. Il finale è molto ganzo, peccato che Thom non rinunci al suo consueto falsetto, come invece ha fatto altre volte nel disco, perché sarebbe stato ancora migliore.

Riascolto i brani migliori qualche volta di più, e ciò mi convince a strappare una sufficienza piena a questo disco. Comunque mi pare chiaro non diventerò nemmeno stavolta un adepto del culto di Thom Yorke. Non che questo, peraltro, a me e a lui farà passare notti insonni, ma tant’è!


di: BLIXA

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