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CURRENT 93

It's the end of the world as we know it (and I DON'T feel fine)

CURRENT 93, .    

Supporti > Non propriamente un disco estivo, spensierato e scacciapensieri, quest’ultima fatica dei Current 93. Sorta di one man project di David Tibet, in attività dai primi anni’80, questa formazione è stata di fatto la creatrice di quello che viene definito apocalyptic folk, ovvero quella particolare derivazione goticheggiante e mistica di tutto il filone musicale che attinge dalla tradizione popolare soprattutto di matrice irlandese, dilavandolo in traiettorie eteree e dilatate, che fanno proprie tanto le brume di This Mortal Coil e Cocteau Twins quanto le ubbie di Death In June e Nurse With Wound, ma anche gli echi delle cantate medievali o dei mottetti monteverdiani. Proprio con membri delle formazioni succitate David Tibet ha infatti spesso collaborato (ma non vanno dimenticate anche le partnership strette nientemeno che con Nick Cave) o attualmente si trova ad avere a che fare. Vi rimandiamo invece al sito della band http://brainwashed.com/c93/ per le suggestioni spirituali (si va dalle Edda germaniche, alla Bibbia, a Blake, a Aleister Crowley e a quant’altro) legate al mondo Current 93.

A quattro anni di distanza dal precedente Sleep Has His House, questo Black Ships Ate The Sky si propone come un complesso e circolare concept album, tutto imperniato sul tema sempiterno quanto sempre foriero di nuovi stimoli della perdita dell’innocenza. Ovviamente, e non potrebbe essere che così per uno che definisce la propria musica apocalyptic folk, questa perdita dell’innocenza diventa paradigma della apocalisse prossima ventura: le nere navi del titolo si aggirano sinistre e occupano il cielo. Tutto questo mentre il punto focale del disco, tanto musicalmente quanto concettualmente, è Idumea, che è sì il luogo in cui Dio darà l’annuncio del giudizio, ma, soprattutto, un tema musicale ripetuto nel disco per ben otto volte, con arrangiamenti e atmosfere diverse. Perché in modi così diversi? Perché (e qui sta la chicca squisitamente musicale) ogni volta il brano viene interpretato da musicisti eterogenei per formazione e iter musicale, senza che tutto diventi la solita pattonata da raduno internazionale di guest star (meglio se un po’ alla frutta) come farebbe un Santana qualsiasi: e se tutto sommato può non stupire trovare qui personaggi coevi di Tibet come Marc Almond (che apre il disco declinando Idumea come se fosse una leziosa romanza tardorinascimentale, un po’ in falsetto e un po’ no) o Cosey Fanni Tutti (dei pionieri dell’industrial Throbbing Gristle), che si produce in una sussurrata e inquietante versione ben introdotta da un climax di violini effettati e distorti, può sorprendere già di più trovare Will Oldham (Palace, Bonny Prince Billy e non so quali altri soprannomi si sia scelto nella sua carriera), ma il più scazzato e intenso dei country singer di oggidì, oltre che essere grande amico di Tibet, calza a pennello con le atmosfere dei Current 93, e regala al brano una sfumatura dolente quanto appunto scazzata e intensa. Poi ci sono i fuoriclasse: i Farinelli del terzo millennio Baby Dee (che ci fa tornare alla corte di Riccardo Cuor Di Leone, o al Jimmy Sommerville che canta sul fiume nella prima scena del film Orlando: falsetto con tanto di arpa celtica e liuto ad accompagnare) e Antony (qui senza i suoi Johnsons), che spruzza le paludi con il più urbano dei caratteri gospel e gela il sangue riuscendo a essere contemporaneamente caldissimo e glaciale, oltre a ritagliarsi poi anche l’unico, forse, episodio vagamente ottimista del disco, in The Beautiful Dancing Dust. Lo stesso Tibet, con la sua voce ieratica e da officiante druidico, canta una delle versioni, mentre le restanti sono affidate ai folksinger irlandesi Shirley Collins (la più filologicamente irlandese), Pantaleimon e Clodagh Simons, e le varie versioni si muovono conformemente agli universi sonori di competenza dei vari interpreti. Tutto attorno, la musica si diffonde su tracce molto semplici e minimali, il più delle volte rette su sequenze di arpeggi di chitarra acustica, solo di tanto in tanto sporcate da droni e riverberi (come in Black Ships Were Sinking) su cui la voce di Tibet declama, più che cantare, come se fosse un novello aedo che professa sventure e imminenti catastrofi alla corte della Tavola Rotonda: processioni funeree, a-temporalità , ritualità consacrate. Tutto questo si respira, in Black Ships Ate The Sky. Le tramature degli arpeggi e i feedback che accompagnano certi episodi, la cristallina purezza delle voci e l’impeccabile classicità degli arrangiamenti. Ma soprattutto la tensione, la sottile lama che lancina senza farsi scorgere l’orecchio che ascolta, anche nei momenti più apparentemente quieti. Sinistri bagliori, lame di pelledoca, menestrelli che guardano con occhio perverso, predicatori di sette oscurantiste che sermonano su paludi di rumori indotti e accompagnati da teneri arpeggi bucolici. Qualcosa che incombe, e ti inscatola dentro un’imminente attesa. Una strisciante eco di sotterraneo pericolo, che sembra fare capolino e ti costringe a guardarti le spalle, oppure semplicemente a lasciarti andare all’ascolto di questa magniloquente (75 minuti) romanza dolente sulla prossima aeterna damnatio.
Qualcosa di molto, molto più cattivo del più pesante disco di grindcore che possiate ascoltare.
Qualcosa che con un luglio canicolare centra come i cavoli a merenda. Ma che se vi piace in questo mese non vi mollerà più.


di: BLIXA

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