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PEARL JAM

Una prece agli eroi dei ‘90’s, sulla loro pietra tombale

PEARL JAM, Pearl Jam.    

Supporti > Parlare male di un disco dei Pearl Jam è per me esercizio doloroso, e che sinceramente mai mi sarei augurato di dover compiere. Per questo avevo tenuto duro, dopo No Code (ultimo vero capolavoro di questi cinque paladini del rock), alle lievi aerità di Yield, alle sperdute pluridirezionalità di Binaural, così come alle vaghe tendenze di sperimentazione engagé di Riot Act. Ché se da questi dischi si percepiva una certa confusione sul dove andare e sul cosa fare, d’altra parte li si poteva apprezzare proprio in quanto tentativo di sondare strade altre, per quanto si trattasse di strade non supportate, spesso, da una solida scrittura nella composizione dei pezzi.
Invece. Invece qui l’operazione è, al mio sentire, alquanto conservatrice, musicalmente parlando. Perché, voglio dire, lo sanno anche i sassi, ormai, che Eddie Vedder è una vocedellamadonna che ti fa venire i brividi quando sbraita (e qui torna a sbraitare come forse non faceva dai tempi di Vitalogy: cfr. Comatose, che sembra un’appendice di Spin The Black Circle) e ti velluta la pelle quando carezza in Come Back; come tutti sanno che Mike McCready sa fare assoli velocissimi e si reincarnerebbe in Stevie Ray Vaughan se solo potesse, o che Jeff Ament è un bassista quadrato, Stone Gossard la vera componente inventiva della band (che del resto se esiste è solo per merito suo) e Matt Cameron un metronomo innamorato dei tempi dispari (ma qui non siamo più nei Soundgarden, e spesso detti tempi stroppiano).
Ma il punto è un altro: la musica, accidenti! Va bene, Life Wasted è un ottimo incipit per un disco, ma poi c’è il singolone World Wide Suicide, che ai tempi di Vs, per dire, sarebbe stato relegato a ultima b-side dell’ultimo singolo. Di Comatose ho già intradetto, di Severed Hand dire che scorre via senza lasciare nulla quasi come un brano di un disco postumo degli Stone Temple Pilots è già farle un complimento. Unemployed, invece, illude con il suo inizio anomalo, per i Pearl Jam, e poi invece si banalizza in un poprock davvero anonimo, non sollevato dagli “uooohohoho” di Vedder. E mi permetto l’ardire di dire che anche il cantato di zio Eddie, in questo disco, è manierato assai, nelle linee melodiche: tanto quando butta fuori a manetta la voce, che quando disegna vie più melodiche: Parachutes con le sue mielosità beatlesiane, o la stessa Come Back, ballatona soul, fan solo capire che i PJ sono un ottimo compendio di storia del rock, ma con poca propositività , nella loro arte.
Non fraintendetemi: mai i Pearl Jam sono stati alfieri di chissà quali avanguardismi, nella loro musica, anzi: la loro forza era semmai quella di essere la Salvezza-rock, contemporaneamente ancora di sicurezza e distaccamento da certi triti cliché. Un onesto artigianato etico, alla Neil Young, ma fatto con personalità , e dicendo cose. Ascoltate Jeremy! O Leash, o Rearviewmirror, o Tremor Christ, o In My Tree, o quello che volete! E sentite la differenza da questi pezzi nuovi: l l’urgenza, comunicativa ma non solo (e non parlo dei testi, ma della musica, della voce che stilettava e degli strumenti che reclamavano unità di intenti: "Troubled Souls, unite! We got ourselves tonight!", da Leash, a.d.1993), la passione, il sentire che ascoltare un loro brano poteva sollevarti dalle tue schifezze mentali, la Musica, insomma! Qua, invece, tutto questo è grave e ingiustificato assente, e si cela in un travestimento da rocker.
Poi si potrà pure dire che i Pearl Jam in questo disco tornano a fare rock’n’roll, che son tornati incazzati (ma quello lo son sempre stati anche se suonavano In Hiding), che quest’opera ripropone le chitarre e lo spirito dei Led Zeppelin nel terzo millennio. Si potrà dire tutto questo e anche di più. Che son tornati, appunto, nel significato più nobile e filosofico, se vogliamo, del termine. Ma dov’è l’emozione?
Io tutto questo far musica, nonostante “Pearl Jam” sia certo un disco sincero, lo trovo profondamente invecchiato, e invecchiato male, per di più


di: BLIXA

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