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FAHRENHEIT 9/11

La temperatura a cui brucia la liberta'

Michael Moore, FAHRENHEIT 9/11. 2004    

Film > Con l’occhio di un democratico e con tutto il beneplacito del credere sempre, prima di non credere, partiamo comunque col piede giusto. In un epoca di profonde (in)certezze, storciamo il naso e le sopracciglia quasi disgustati di fronte a tanta verità. Ma sarà questa la verità unica?

Anche alla fine della proiezione, i dubbi restano. Aumentano. Che Moore presenti la sua verità ci è più che noto. Come in Bowling a Columbine, in cui si studia e si osserva la realtà americana nel suo degenero armaiolo. Moore è il filtro. Dà allo spettatore innumerevoli spunti giornalistico-cinematografici, ma non li sviluppa, non li arricchisce. Cavalca l’onda elettiva americana che vedrà l’esito alle presidenziali di novembre.
Certo Moore rischia nella terra dell’abbondanza anche di diventare presidente. Ma vuole solo solleticare il nemico repubblicano. La paura fa novanta, anzi fa 2004 .
Dopo un primo tempo ricco e movimentato emozionalmente, un forzato secondo tempo strappalacrime a tutti i costi. Una recita di sentimenti. Madre irachena che piange i figli morti combattendo i figli dell’America. Madre americana che piange la morte del figlio morto combattendo l’arcinemico islamico che dovrà pur difendere la sua terra dall’invasore a stelle e strisce no?!
Un merito Moore lo ha: è l’unico cineasta che sia stato in grado di sollevare un vespaio politico-ecnomico-sociale mesi e mesi prima che il suo film sia venuto alla luce.
Basta poco. Stiamo in mezzo che è meglio. Che sia la tv o il cinema a dirci la verità noi non lo sappiamo. Non lo sapremo mai. Purtroppo sapremo presto però chi deciderà il nostro destino, il futuro del nostro mondo.


di: CRISTIAN B.

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