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SILVER JEWS

Un ritorno atteso. Ma la vera delizia stava nell’aspettare.

SILVER JEWS, Tanglewood numbers. Drag City 2005    

Supporti > I Silver Jews non nascono proprio oggi. Arrivano da lontano: era il 1990 e nello stato di New York nasceva un piccolo progetto indie lo-fi. I tre musicisti sono David Berman, Steven Malkmus e Bob Nastanovich. Gli anni passano, le canzoni si formano, vengono incise e poi dimenticate, i concerti non si tengono, le persone si impegnano in altri progetti (devo proprio citarli i Pavement?) e a quindici anni di distanza eccoli ancora qui. Berman rimane il centro creativo del progetto, il songwriter, lo storyteller, ma attorno a lui ecco uno sciame di Jews “onorari”: i già citati Malkmus e Nastanovic, ma anche Will Oldham, Paz Lenchantin, Mike Fellows e tanti tanti altri. Ne esce un disco, 10 pezzi come si faceva una volta: ballate che vengono dal cuore, composte in una stanzetta e suonate così come viene (solitamente a loro viene molto bene). Berman ci mette tutto se stesso. Ma devo tristemente constatare che il disco non decolla. Non lo fa il primo ascolto e nemmeno tutti i seguenti. Le canzoni sono belle, piene di suoni, di coretti, di arrangiamenti pensati ad hoc (forse troppo) ma nell’insieme riultano noiose. Un po’ troppa quantità e poca resa finale. I pezzi oscillano dal country folk più classico e rurale (“Sleeping is the only love”, “I’m getting back into getting back into you” e “How can I love you if you won’t lie down”... però bisogna ammettelo: complimenti per i titoli!), al lo-fi indie pop che sempre li ha contrsddistinti (“Punks in the beerlight”, “Sometimes a pony gets depressed”, sempre per continuare a citare titoli degni di nota, ad eccezione delle canzoni), ma nessuna arriva dove vorrebbe e dove vorrebbe: alla testa e poi giù fino allo stomaco. No. Purtroppo no.


di: Felson

Articolo inserito il: 2006-07-26


SILVER JEWS Tanglewood numbers
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