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OPHIUCO

Blues postatomico per catastrofi (forse) già successe.

OPHIUCO, Hypno Queue. autoproduzione / Motherfuckart 2006    

Supporti > Droni di vento nucleare introducono una chitarra mollemente slide e artificiale, su cui si posano gli appoggi della batteria e le evoluzioni del basso, mentre chitarre e bassi sovraincisi tratteggiano la tavolozza per la voce. Che è poi voce narcotica e calda, che ha tanto di Hope Sandoval quanto di una Julee Cruise stesa su un letto sfatto dopo aver sedotto Willem Defoe.
Si presenta così il disco degli Ophiuco, trio varesino che propone una visione torbida e sporcacciona, contaminata con un uso non scontato dell’elettronica, di un blues postmoderno e industriale. Io ci ho visto affinità (di spirito eh, non di suono), con le cose meno scontate di Hugo Race, così come con certe ricerche che sono state portate avanti appunto da formazioni come i Mazzy Star, anche se rispetto a loro c’è in più quell’oscurità limacciosa che ha a che fare con, metti, il primo Tricky, piuttosto che con Massive Attack o Portishead come ho letto da altre parti.
Il suono è molto stratificato, sia negli episodi più movimentati (la rilettura di Animals, che dei Talking Heads conserva solo il testo, o News From Mars, in cui la voce metallizzata e immersa nell’eco legge random presi dai quotidiani e dialoga con basso e batteria prima di essere tagliata con il bisturi dalla chitarra), sia in quelli più ipnotici, come Blood & Sand, con suoni quasi da sonar dei vecchi film di fantascienza anni ’50. Tokjo Rose regala invece uno sprazzo di cielo aperto (molto figo il suono del rullante in questo pezzo, e in generale davvero efficace la batteria molto “davanti” come presenza), prima che le lame al reverse di Escape ci facciano ripiombare in un claustrofobico martellamento all’oppio. E poi ci aspettano ancora note pericolose e tappeti di suono spessi tanto così, come il piano spettrale di BigHotCityApocalypse, o i sussurri al veleno di Love & Pain. Ancora piano (ovviamente) filtrato nella breve A Piano For Andrea, prima della chiusura con HypnoQueue, quasi un manifesto programmatico del suono della band: ancora colpi molli e rallentati a dare ritmo insieme al basso subacqueo, tempestato dagli interventi della chitarra, che tracciano ansie condivise dalla voce, qui più bambina cattiva che mai.
Una musica senza dubbio molto cinematica (e cinematografica) questa degli Ophiuco, che vedrei bene ad accompagnare le immagini di film come Fino Alla Fine Del Mondo di Wenders, o Strange Days (provate a immaginarvi ExoterikWarrior in uno dei due e ditemi se non siete d’accordo): ci vedo le stesse lande aperte minacciate da incombenti presagi e contemporaneamente uguali immagini di città invisibili e schiacciate dai medesimi overflow di comunicazione, le stesse atmosfere da senso dell’ultimità, che al panico agitato e nichilista che potrebbero scegliere di usare, ad esempio, i semprelodati Nine Inch Nails, preferiscono l’inquietudine dell’ineluttabilità.
Un mood postapocalittico e (non ridete!) escatologico che mi ha fatto davvero tornare in mente certe distopie presenti in creazioni di quel periodo degli anni ’90.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-08-05


OPHIUCO Hypno Queue
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