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GRANT LEE PHILLIPS

Quando una grande voce non basta a fare un grande disco

GRANT LEE PHILLIPS, Nineteeneighties. Zoe/Cooking Vynil 2006    

Supporti > Terreno insidioso, quello degli album di cover. Si maneggia un materiale che scotta, e si percorre continuamente una strada alquanto impervia. Già , perché delle due l’una: o si interiorizza a tal punto il canzoniere che si sceglie di proporre da renderlo proprio e personalizzato (che non vuol dire stravolgere per forza le versioni originali, beninteso!) e far passare inosservato che si tratti di repertorio altrui (e fulgidi esempi ce ne sono eccome: l’immenso Kicking Against The Pricks di Nick Cave, e l’altrettanto svettante I’ll Take Care Of You di Mark Lanegan, solo per far due nomi), oppure si finisce per fare una decisa caduta di gusto, con preoccupanti barcollamenti nell’abisso del ridicolo, oltre che per dare indizi di preoccupante perdita di ispirazione (e per dire quanto sia difficile non pendere da questa parte della bilancia, basta ricordare che anche Sua Maestà David Bowie ci è finito dentro con un album a dir poco imbarazzante come Pin-Up).
Come si pone allora, questo Nineteeneighties dell’eroe misconosciuto dei 90’s Grant Lee Phillips? Intanto due parole sul tono generale dell’operazione. Come didascalicamente il titolo suggerisce, siamo di fronte a una serie di canzoni della decade che più di ogni altra adesso sta vivendo un (meritato) revisionismo storico-artistico, e già questo potrebbe far pensare a una furbetta paraculata del nostro. Non fosse che non vogliamo pensarlo, in onore ai due grandi dischi che a nome Grant Lee Buffalo licenziò tra il ’92 e il ’94 (il primo, omonimo, e Mighty Joe Moon), poi perché non se ne vedrebbe il bisogno, per lui, e poi perché le canzoni scelte (ahimé, solo quelle) denotano notevole gusto. Perché Grant sceglie da un lato brani di band inglesi da noi ormai nel gotha, ma al di là dell’Atlantico non così sdoganate, e ne sceglie quasi sempre brani non da greatest hits: i Joy Division di The Eternal (di cui l’algida tristezza synthetizzata è resa con spossante lentezza), i New Order pre-disco di The Age Of Consent, il Nick Cave invasato di City Of Refuge, il Morrissey straziato di Last Night I Dreamed That Somebody Loved Me, la fase-“Donnie Darko” di Under The Milky Way (degli altri australiani Church) e Killing Moon (Echo & The Bunnymen, fotocopia dell’originale); e dall’altro i meno yankee dei gruppi americani dell’epoca, ovvero i Pixies (Wave Of Mutilation, uno degli episodi più azzeccati) e i R.E.M. di So. Central Rain.
Il tutto alla sua maniera: quindi pseudofolk, quasi sempre chitarra-voce-batteria-basso, con qua e là delle discrete tastiere, o delle discrete chitarre elettriche, o dei discreti archi, e con quella sua splendida voce baritonale, che deve tanto al Bowie più chansonnier quanto a certi velluti alla Vedder, come valore aggiunto.
Solo che. Solo che questo disco lascia un che di incompiuto. Sarà che magari è ancora troppo presto per trovare un’altra chiave a canzoni scritte e suonate in quel modo, ma tutto dà l’idea di un musicista che per diletto suona le canzoni che gli piacciono in salotto con due o tre amici, sorseggiando vino rosso e cazzeggiando mentre la tele è accesa. Oppure che Grant pensi di essere ancora sul set di “Una Mamma Per Amica”, dove interpreta il menestrello del paese.
I brani vengono estremamente rallentati, anche quando non è che gli originali siano esattamente brani di speed metal (esempi: Under The Milky Way, e Boys Don’t Cry dei Cure, non salvata dalla tastierina alla Tim Burton), e il tutto alla lunga risulta noiosetto anzichenò, e oltremodo loffio. Tutto è appunto discreto e gentile, a tratti estenuante, e la famosa splendida voce di cui sopra pare un po’ in affanno, cavandosela con il mestiere, ma non riuscendo a rendere, per dire, la maligna perversità del brano di Cave, o l’apocalittica stasi che la voce di Ian Curtis comunica in The Eternal, e nemmeno l’almodovariano pathos di Morrissey. Lasciamo stare poi lo spleen strozzato di Robert “ciccio” Smith. Molto molto meglio quando le canzoni sono quelle dei R.E.M. o dei Pixies. Probabilmente Grant si trova più a suo agio con musiche della sua terra…
Insomma, se il disco proprio non affonda nelle secche della robaccia, certo nemmeno sarà ricordato tra i dischi più significativi dell’anno.
E io mi trovo a dover mettere nel reparto “invecchiati male” un altro degli eroi della mia adolescenza.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-08-18


GRANT LEE PHILLIPS Nineteeneighties
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