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DIVINE COMEDY

Il ritratto dell'artista da giovane

DIVINE COMEDY, Victory For The Comic Muse. Capitol 2006    

Supporti > Il gioco dei Divine Comedy ormai lo conoscono tutti: un gioco in tre manches, in cui la prima è data da melodie cristalline e vagamente cosparse di melassa, buone per quei pomeriggi un po' retro, annegati in una tenera e tutto sommato coccolosa melancolia, armonizzazioni e arrangiamenti da grande orchestra, che ti immagini fare da colonna sonora per quei music-hall da periodo tra le due guerre mondiali a Londra, con le commedie di Noel Coward rappresentate a una platea post-Vittoriana di signore imbellettate e distinti gentiluomini in frac, in cui immagini che da un momento all'altro faccia capolino Mrs. Dalloway in persona: sintomatica l'ouverture di To Die A Virgin, o Party Fears Two, che gira su un tempo simile a quello della colonna sonora dei Magnifici Sette.

Oppure, il secondo cotè della ormai one-man-band di Neil Hannon: canzoncine dall'andamento country-light, con il banjo a supportare ritmiche sbarazzine e un po' fru-fru quasi alla Bacharach (Mother Dear).

Infine, la terza manche del gioco: sprofondamenti in spleen anche vagamente compiaciuti di dolce tristezza sempre molto composta e inglese (come diceva qualcuno: 'Hangin'on in quiet desperation, it's the english way'): sono i punti forse musicalmente piu toccanti dei dischi dei Divine Comedy, quelli dove Hannon si mette più in gioco, rimanendo sempre quel gran paraculo che è, ma facendo capire che la sa lunga, e che davvero sa come si scrivono canzoni e melodie (qui rappresentati da Diva Lady, singolo con tanto di archi, fiati e altre sciccherie, e dalla bella The Plough, con i suoi austeri violini a contrappuntare le declamazioni della voce).

Cos'èche salva allora i dischi di questa band, che più demodè non si può, che più altezzosa e pretenziosa non ce n'e'? Da un lato la figura del lider maximo, metà Dorian Gray, metà Scott Walker prima che credesse di essere la versione maschile di Nico, con la sua voce dandy-baritonale e la già citata maestria artigianale nel confezionare, manifatturare e impacchettare canzoni con scelte di gran gusto (un esempio? Le tre-note-tre di synth in Diva Lady), e dall'altro la costante sensazione, almeno per me, che si giochi a carte scoperte: ovvero che tu ascolti 'ste canzoni, belle, fuori dal tempo e precise precise, che magari ti emozionano pure, e nel contempo ti raffiguri, sprofondato nella sua poltrona biedermayer rivestita di taffett' bordeaux Neil Hannon che sorseggia un punch con un ghigno furbetto che ti prende simpaticamente per il culo con le sue canzoncine zuccherose, i suoi testi sarcastici (ma non acrimoniosi come quelli, per dire, di un Morrissey) a proposito del tempo che passa e di quello che fu, buttando là ogni tanto una frecciatina ai politici con la bonomia che potrebbe avere Miss Marple (vedi A Lady Of A Certain Age), o nei riguardi di fanciulle che non vogliono morire vergini, o di vecchi show televisivi usati come madeleines per parlare di amori adolescenziali (Arthur C. Clarke's Mysterious World, uno dei pezzi più belli).

Purissimo pop inglese, dunque, condito e infiorettato nei testi di quel loro particolare sarcasmo che chiamano wit (e che spiega un titolo come Count Grassi's Passage Over Piemont), un po' cinico un po' sgamato, un po' bonario un po' stronzetto anzichenò.

Certo, non tutto e sempre funziona, in questo Victory For The Comic Muse: qua e là lo stucchevole è troppo, la melassa in eccedenza, e la qualità della scrittura, sempre comunque su alti livelli, è appena appena inferiore, ad esempio, al precedente Absent Friends.

Tuttavia. Già, ci si potrebbe fermare qui. A un tuttavia che respinge da sè eventuali obiezioni. E dà a Victory For The Comic Muse il lasciapassare per entrare nell'elite degli album benriusciti di questo 2006.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-10-03


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