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THE VEILS

Il sentiero è giusto, frat�, ora cammina!

THE VEILS, Nux Vomica. Rough Trade 2006    

Supporti > Allora, tecnicamente parlando i Veils non avevano particolari carte in tavola per piacermi. Troppo zuccheroso, sebbene ben fatto e dotato di una splendida canzone come Lavinia, il primo cd, quel The Runaway Found davvero eccessivamente ancorato a stilemi propri di quel rock inglese un po' autopiagnone che vede in certi Coldplay la parte buona, ma anche nei Keane e loro cloni il peggio che possa capitare di sentire. D'altra parte però, c'erano invece spiragli per cui la nuova fatica del figlio d'arte(il padre era negli XTC)/enfant prodige Finn Andrews potesse piacermi: la completa rifondazione della line-up della band, il fatto che il produttore del nuovo disco sarebbe stato Nick Launay (in curriculum per lui nomettini quali P.I.L., Gang Of Four, Lou Reed e Nick Cave), e, last but not least, che la musica avrebbe esplorato non più quelle lande un po' ombelicali del primo lavoro, ma piuttosto una certa galassia di estrazione americana (folk, blues).

E infatti. Infatti questo Nux Vomica (il titolo fa riferimento a una pianta asiatica il cui estratto puo' essere usato per placare i turbamenti di sociopatici e depressi in genere, ma anche, se mal assunto, rivelarsi letale per l'uomo), lungi dall'essere un disco perfetto in ogni suo capitolo, segna decisamente un cambiamento di rotta molto interessante. Intanto il suono, che appare, per l'appunto, affine a quello degli ultimi due dischi di Nick Cave: stesse batterie dalla 'voce' molto aperta sul rullante, stessa dilatazione e rotondità del suono, stessa attenzione a far cantare le chitarre. Poi i pezzi, che attingono da quella tradizione blues e folk di cui si diceva (emblematica Jesus For The Jugular, a cavallo tra un Tom Waits meno viperino, un Lanegan meno in crack e un Nick Cave meno beffardo), ma rivisitandola in quel modo efficace (e cioò sì rispettandola, ma facendola propria e personalizzandola) che spesso solo le band inglesi o australiane (ma non americane, eccezion fatta per Gun Club e Cramps!) riescono a fare: l'esempio migliore è la title-track, forse il pezzo più bello del disco (vabbè, avete ragione, inizia tale quale Bring It On di Nicola Caverna, ma che ci volete fare, anche i Pearl Jam hanno quasi plagiato i Led Zeppelin!), con quei pieni e vuoti che colorano il tutto. Altrove invece ecco canzoni piu' ballatose e accostabili ai brani del primo disco, che suonano comunque bene, per quanto il buon Finn debba ancora farne di strada prima di scrivere una Where The Wild Roses Grow, per dire. Cio' non toglie che Under The Folding Branches o One Night On Earth, con i loro violini alla Arcade Fire, siano più che riuscite, sebbene non ancora pienamente mature.

E se in A Birthday Present sembra fare addirittura capolino lo Springsteen dolceamaro di The River o Hungry Heart, non fatevi ingannare dal sardonico singolo Advice For Young Mothers To Be (dal video delizioso, fra l'altro), piu' un compiaciuto divertissement-parodia di certe melodie lollipop anni '60, con le sue scazzate chitarrine in levare e i coretti e gli handclaps, che una vera e propria canzone-manifesto (la vedrei coverizzata dai Raveonettes o dai Cardigans prima maniera).

Su tutto, ovviamente, domina la personalità del leader maximo della band, con la sua voce che ha le asprezze di un acino acerbo di uva bianca, e però indubbi carisma e personalità, che sa carezzare nelle ballate, come lasciarsi andare sguaiata e strozzata di gola nei brani piu' duri (ancora Jesus For The Jugular e Nux Vomica rendono bene l'idea), senza aver paura, o comunque eventualmente sbattendosene, di andare sopra le righe (e meno male!).

Ecco, forse si può dire che Finn ha (forse) trovato la strada giusta, il suono congeniale e il produttore azzeccato. Ora deve perfezionare il calibro, affinare certe idee e purgare alcune scorie e alcune leziosità di troppo, alcuni manierismi di cui puo' sicuramente fare a meno (e che si palesano soprattutto nei pezzi più sdolcinati), decidere meglio come svolgere alcune idee, e, forse, trovare compagni di band un po' più cazzuti e con maggiore personalità (anche se una sufficienza la fascinosa bassista Sophie Burns la strappa) che possano mettere più in pratica le idee e le ubbie del capodrugo.

Per Dio, dopo tutto Nick Cave ha Mick Harvey e i Bad Seeds, no?


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-10-09


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