BLOOMRIOT > Sentito > THE KILLERS

THE KILLERS

Sempre Nati Per Correre, anche trent'anni dopo.

THE KILLERS, Sam's Town. Island 2006    

Supporti > Forse funziona che vieni da Las Vegas e non puoi far altro che vedere la vita e avere un’attitudine “larger than life”. Capirete, tutte quelle luci, quello sfarzo, quel kitsch, uno non è che ci può rimanere indifferente, se cresce lì, o far finta di avere un’anda da understatement e basso profilo.

E così questi Killers, alla fatidica prova del secondo album, e dopo che con il primo si erano divertiti a confondere le carte, presentandosi in pieno 80’s revival come una versione yankee e al testosterone dei Duran Duran (peraltro a me Hot Fuss era piaciuto), tanto che uno li poteva catalogare tranquillamente nei gruppi trendini e modaioli cui non dare un grammo di credibilità sulla lunga distanza, si son messi invece in testa di fare dannatamente sul serio, e di alzare di brutto il tiro: in che senso? Che qua, signore e signori, molto semplicemente, siamo di fronte a un disco che ha la sfacciataggine, la pomposità e la pretesa di ripescare dalle stantie soffitte il Rock, ma il rock quello con la maiuscola, con tanto di cori da stadio, ritornelli epici, chitarroni, e quella retorica positiva che ti fa avere la sensazione di stare ad ascoltare una roba che ti può cambiare, se non salvare, la vita. Capito quale? Non quello vizioso e depravato (e certo, più figo, ma oggidì declassato in fighetto) come quello che facevano i Television e Iggy Pop, no, quello più corporate, diciamo, ma anche più ormonale e adolescenziale (in senso buono, mica intendo i Poison!). Ciarpame e “buone cose di cattivo gusto”? Può essere. Dipende dalla prospettiva con cui lo si guarda: certo ci van giù duri, i Killers, però se a un buon gruppo rock chiedete questo, oppure se volete ritornare alle esaltazioni dei 15 anni, allora fatevi sotto, ché bisogna saperla fare, una roba così, serve mica menar vanto e basta!


Viene in mente, mutatis mutandis, quell’afflato salvifico che al rock han dato il Bruce Springsteen di Born To Run, gli U2 di Unforgettable Fire, i Pearl Jam di Ten, o gli Smashing Pumpkins di Siamese Dream: non a caso qui i ragazzi han lavorato con Flood e Alan Moulder, gente che con i nomi succitati ha avuto a che fare (oltre che con Anton Corbijn e prossimamente con Tim Burton, per i video). Il tutto miscelato con il Bowie più americano o, quando va male, con i coretti alla Queen. Ché infatti il rischio, che spesso corre questo lavoro, è quello di saltare il fosso e finire nella fanghiglia di robe alla Darkness. Ma tale rischio solo qua e là fa capolino, per fortuna.


Torno un attimo a quel “salvifico”. Certo, laddove il Boss vedeva il rock come terra promessa c’era tutta una tradizione folk, e un sostrato di rivincita proletaria della working class bianca dell’Est degli Usa, che nel cantautore del New Jersey vedeva uno di loro che li sollevava dalla loro vita grama. Qua, ovvio, nessun coté politico, anche perché diversi sono i tempi: no, qui tutto è puramente a livello di estetica rock, e di voler recuperare, con l’alfabeto dei nostri anni musicali di revisionismo, quello spirito che al rock dà appunto l’individuale potere taumaturgico sulle nostre esistenze.


Quindi non fatevi ingannare da sonorità e scrittura, che conservano gli stilemi anni ’80 del primo disco (batteria ai confini con la dance, chitarroni dopati, voce bella sparata e violini e tastiere a far da tappetone come usava Daniel Lanois), perché questa è solo calligrafia: ciò che conta è il senso e il significato dei brani, non lo stile con cui vengono vestiti. Questa è la chiave per apprezzare Sam’s Town, a mio avviso.


Pretenzioso? Ridondante? Certo! E infatti ascoltate i brani: la title-track con il suo ritornello-inno che nemmeno i Bad Religion, il primo singolo When You Were Young, puro epos alla Springsteen, oppure Bling (Confession Of A King) con il suo ritmo da cavalcata, o ancora For Reasons Unknown, che invece risente di ripetuti ascolti degli ultimi Arcade Fire. E che dire di Bones, o di Read My Mind? E in generale tutti i brani hanno questo andamento, essendo in gran parte mid-tempo eroici e spavaldi, come ai bei tempi di Alive.


Che poi di tutto questo non ce ne fosse il bisogno, o non se ne sentisse la necessità , beh è tutto un altro paio di maniche. Certo però che se devo sentire un disco rock nel 2006 preferisco di gran lunga sentire i Killers che gli Eagles Of Death Metal.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-10-12


THE KILLERS