MARTI

La Notte ha un fondo da raggiungere.

MARTI, Unmade Beds. Greenfog 2006    

Supporti > Ce l’hai in mente la notte? Sì, ma la notte quella vera, non la notte da cliché, quella che son capaci tutti di immaginarsi (“buia e tempestosa” e altri blablabla). No, parlo della notte che è un luogo dell’anima. Quella dove lo stesso respiro degli oggetti si rarefà e attenua ogni distinzione e ogni precisa, netta contornatura alle cose. C’è violenza, nella luce del giorno: chiudi le imposte, che stiamo qui a guardare ciò che siamo stati. Una notte che sa di camere abbandonate dopo la passione, una notte che sa di spazi spogli e dilatati, colti nell’attimo appena successivo a quello in cui tutti se ne sono andati. Parlo di anonime camere d’albergo da cui sei uscito lasciando la porta socchiusa. Di letti s-fatti, appunto, più che “non fatti”. Una notte in cui ti sembra che i posti li vedi come su uno schermo, o come da fuori da una vetrina. Svuotati. Ma con le pareti che traspirano di tutti quei mondi di cui si sono svuotati. E tu sei lì e lo sai. C’è un quadro di Hopper. Un diner di New York visto dal marciapiede. Saranno le due di notte e il barista aspetta che gli ultimi rain dogs se ne vadano: in primo piano, di spalle, un uomo. Mi immagino Andrea, il deus ex machina dei Marti, al posto di quell’uomo, con quel suo ghigno appena accennato, il sopracciglio destro sollevato, la faccia di chi da troppo non dorme, dandy come un giovane Gian Maria Volonté che vesta i panni di un Brian Ferry non azzimato. Senti? Parte la loro “Buying Things From Your Past”: titolo splendido e che spiega tutto. Non (più) la disperazione ma la consapevolezza, non il melodramma, ma la visione delle cose di chi Conosce. La sensualità vipera di chi la sa lunga. Eppure lo sai che sono vulnerabile. Spalleggiami. Siamo complici?
A ‘sto punto hai due strade, ché ormai il ciddì è lì che va, tu ci sei entrato, in quelle camere socchiuse con quei letti sfatti, e poco prima ti sei fatto carezzare da “God’s Thick Gold Wrist Watch”. Più Europa, stavolta. Cammini al Marais di notte, vai avanti non so quanto e a un tratto ti trovi davanti la grandeur di Place de la Concorde (e ci giri attorno e ci ritorni), e lì parte il ritornello, struggente e aperto come avrebbe fatto il più in forma dei Bowie. Preferisci Berlino? Ok, anche a me sta bene.
Sì, hai due strade: scegli di startene a letto tutto il giorno in quella stanza o di camminare tutta la notte, magari sorridendo a chi continua ancora a farti le stesse domande su di lei? Andranno bene entrambe le cose, sappilo. Ma ti farai rapire da “September In The Rain” e la sua inattesa apparente serenità, dalla sua incantata dolcezza, oppure ti lascerai abbandonare a “No Sundays”; però attento a “Coming From”, al suo piatto campionato e al suo contrabbasso indispettito, prima che un beffardo refrain ti inganni. Nella stanza accanto squilla un telefono, chi vorresti che fosse, se fosse il tuo, Amore? Ah, troppo tardi per pensarci, vieni, scappa via da questo club con me, ho ancora il basso di Tainted Love che mi suona nelle orecchie (“Walkout Of This Club With Me”), ma per stasera abbiamo ballato a sufficienza, fregandocene se non eravamo fighi abbastanza. Rimbocco il bavero del cappotto e fumo metà sigaretta, mentre torno nella mia stanza che sa del tuo corpo e ci siamo salutati e non so se ti rivedrò, e i fiati che mi scivolano accanto in “Privilege” sono come le poche macchine che sfiorano quest’ora, veleggiando sull’asfalto bagnato. Fantasmi. “They’re So Small” sembra fatta apposta per guardare me che faccio me mentre mi metto a ballare sogghignando: hai presente Dave Gahan nel video di “Suffer Well”? La canzone è il protagonista di questa notte che va a fare quello che sa fare meglio, cantare sornione davanti a un pubblico seduto ai tavolini al tramonto che sorseggia un vodkasour. Batti il tempo con le mani, intanto, e illuditi di party notturni. Prestamelo, quel libro di Carver. “If You Could See Me Now”, già, se potessi vedermi, ora che mi carezza questa melodia al velluto e sono allo specchio a passarmi la mano tra i capelli strappando un sorriso al viso scuro che mi ammicca dall’altra parte. Ti amo, ma non ho tempo, ora. Capiresti.

Serve altro? O si è capito che i Marti hanno fatto quello che è il mio disco italiano del 2006?


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2006-10-16


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