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MARLENE KUNTZ

Una ricetta per non diventare uomini-pollo.

MARLENE KUNTZ, S-low & Storyteller. Virgin/Emi 2006    

Supporti > La chiave che mi piace di più la trova Alessandro Monchiero, dell’associazione Slow Food, che firma le note del booklet di S-low, documento live della recente tournée intima e rallentata (di cui demmo rapporto qui) dei Marlene Kuntz. Tratteggiando il ritratto dell’”uomo-pollo”, figlio della fretta e del rumore e privo pertanto, tra le altre cose, della capacità di scelta, e della nozione di gusto, ci viene spiegato come questa sottospecie di golem venga a trovarsi, inevitabilmente, “senza senso/i”.



E proprio questa polisemia della parola “senso/i” è la gemma più preziosa che viene fuori ascoltando il ciddì. “Senso” come “significato”, ovviamente, ma anche “senso” inteso come ognuno di quei cinque peculiari doni che abbiamo e che sempre più spesso anestetizziamo, noi stessi costretti a essere (inconsapevoli?) polli da batteria, non meno diversamente di quelli cui si accenna nel libretto, e che qui invece, come per mano di una magica ricetta, si provano a rivitalizzare, con lenta (appunto) dolcezza. In barba al tempo, che qui ci si chiede di prenderci.



Allora significato, e (suggestione dei cinque) sensi, hanno da essere le parole magiche cui badare, mentre si presta orecchio, e vorrei dire anche occhio, naso, mani e palato, alla musica e alle canzoni di questo disco. E, con esse, a immediato corollario, l’altra polisemia, quella scelta dai Marlene per titolare il giro di concerti e il cd: s-low. Che da sola è perfetta didascalia degli intenti, e, a mio parere, degli esiti conseguiti con questo cimento. Abbassare, e rallentare. Concedersi il gusto, e il senso (ancora!) della lentezza, per meglio assaporare e meglio far esplodere la raffinata Bellezza della loro musica. Certo, anche un giusto porre l’accento su una componente troppo spesso trascurata, quando non equivocata, da chi i Marlene li vorrebbe sempre e solo fragorosi facitori di impeti sonori: ovvero la profonda ricerca melodica, e quell’eleganza nella scrittura che in verità però li ha sempre contraddistinti (sissignori, fin da Catartica), e che, non di meno di quando danno sfogo a vampate di piena loudness, esprimono efficacemente anche quando parlano con toni più dolci, che qui ottengono l’attenzione giusta e necessaria per farne capire la variegatezza: “Serrande Alzate”, quindi (e che bella l’introduzione a questa canzone, con quelle chitarre melancoliche di notti tenui, che mi hanno ricordato club privé di ultimi Massimo Volume), e via alle danze.



Questa famosa Bellezza, qui, dove la troviamo? Non nello stravolgimento di pezzi noti (come magari uno si aspetterebbe, associando questo tipo di concerto a un unplugged), o nel riarrangiare canzoni già funzionanti benissimo di per sé e che non ne hanno bisogno. No. Piuttosto nella degustazione da gourmet, per restare in metafora, delle prelibatezze sonore che il menu ci propone: l’armonia delle melodie sussurrate dalle chitarre (bravissimo Tesio), di cui mi lascia sempre basito il prezioso lavoro di cesello che si evince negli arrangiamenti (“Danza”, ad esempio), il cantato e la melodia vocale, lasciati emergere nella loro cristallina, appunto, melodiosità (e sempre più bella è la voce di Godano, “vera” proprio anche nelle sue occasionali imperfezioni), l’attenzione alle dinamiche della sezione ritmica: molti brani partono dal sontuoso basso di Maroccolo, fin dall’incipit di “Lieve” (bello, che i concerti iniziassero così) in intesa perfetta con la batteria di Bergia. Ecco, le dinamiche (e qui ci sono anche i “pieni”: “Io Ti Giro Intorno”, “Fuoco Su Di Te”) come valore aggiunto: e “Amen”, o la dilatata “L’Inganno”, nel suo sfumarsi dentro una “Come Stavamo Ieri” da brivido che poi diventa “Schiele, Lei E Me” (più affine alla versione di “Senza Peso” rispetto a quella presentata nella precedente tournée con Rob Ellis alle tastiere, e che forse toccava vette emozionali ancora più elevate. Ecco, proprio detto tra parentesi, chissà se qualche tocco di piano avrebbe fatto lievitare ancora di più la vertigine. Curiosità mia), lo dimostrano benissimo. Le canzoni, naturalmente! Ma quelle già lo si sa, però proprio le canzoni (e qua sono raggruppate davvero solo e soltanto “gran canzoni”, per usare una definizione che Godano adopera nell’intervista presente nel dvd), nella loro struttura, all’osso ma assolutamente non depauperate, anzi come messe a nudo per farne apprezzare la bontà e farsi carezzare dal calore appassionato con cui i loro autori le eseguono.



Ciò che mi piace dei Marlene è come traspaia, da ogni loro “mossa” artistica, l’amore per ciò che fanno, e la cura posta in ogni dettaglio anche minimo (la loro cover di “Non Gioco Più” di Mina mandata in sottofondo chiudeva questi live, ed è stata lasciata, in sottofondo, anche sul disco. E non so perché ma l’ho trovata una cosa molto bella) per valorizzare al meglio le loro creazioni. Un po’ come quegli artigiani, o quei viticoltori, che curano come figli i loro manufatti e li proteggono, li limano, osservandoli amorevolmente prender vita. E nel contempo la voglia di seguire un loro percorso, una loro via, che non sia quella più accomodante o attesa e facile, prendendosi il rischio di osare, non osare, sbagliare o far arricciare il naso a qualcuno. Ma coerenti a sé. E senza inganni.



Questo si vede nel dvd, ad esempio, dove tutte le cose dette fin qui sono valorizzate da una regia consona, e un’immagine puntuale e cinematografica, che scova al meglio la fucina Marleniana, anche al di là del contesto per cui le immagini sono state realizzate, ovvero quello di una trasmissione televisiva che ha avuto il merito di dare giusto crisma all’importanza di questa band nell’ambito musicale, non solo rock e non solo italiano.



E non conta allora quale canzone non sia stata inserita nella scaletta, o il solito e naturale gioco dell’ “e se avessero fatto quel pezzo”, né voler vedere per forza in questi live una via per prevedere chissà quali sviluppi sonori futuri dei Marlene, ché tanto, magari, ci spiazzerebbero piacevolmente. Conta, per tornare a bomba, il senso di ciò che ci viene proposto.



E di senso qui ce n’è a mazzi, eccome se ce n’è!


di: BLIXA

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